Archivio per la categoria 'La mia su...'

Nota per me #1: aggiornamento WordPress 2.5

Sssa sssa prova! Uno due tre prova! Sssa! Ok. Data: domenica 6 aprile 2008. Oggetto: aggiornamento della dashboard di WordPress.com alla nuova versione 2.5. Gli utenti non apprezzano ed invocano il ritorno alla precedente versione.

Ricordarsi che: mettere mano ad un servizio Web e stravolgerne il layout non ha senso se si presentano al contempo tutte le seguenti condizioni.

  1. nessuno si è mai lamentato del layout ed anzi tutti lo trovano intuitivo sin dal primo approccio;
  2. lo stravolgimento del layout è fine a sé stesso e non apporta alcuna novità in grado di giustificare il cambiamento;
  3. si ignorano le più semplici regole dell’usabilità andando a duplicare contenuti/collegamenti e a penalizzare il contrasto dei colori;
  4. la scrollbar verticale improvvisamente diventa lo strumento più utilizzato del browser;
  5. si sostituiscono i colori sociali con un anonimo ed impersonale grigio topo;
  6. il font size cambia arbitrariamente prendendo almeno 5 dimensioni diverse all’interno di un’unica pagina;
  7. la stessa operazione di prima ora richiede un maggior numero di click;
  8. la pagina più importante (nella fattispecie Scrivi Articolo) perde in plasmabilità (leggasi Ajax) e guadagna un lungo codazzo verticale;
  9. si chiede il parere degli utenti, ma si ignorano i suggerimenti e le critiche;
  10. la migrazione del servizio è incompleta.

Il Web Browser è una commodity?

Più simili sono le offerte tra produttori concorrenti, più i consumatori sono disposti a sostituire i prodotti e le imprese obbligate ad abbassare i prezzi al fine di non deprimere le vendite. Laddove i prodotti rivali sono virtualmente indistinguibili e dunque indifferenziati, il prezzo è l’unica base per la concorrenza. Questa è una definizione di commodity. Il grano, la frutta, il cemento, sono commodity perché sono privi di differenziazione fisica. Tuttavia, anch’essi possono essere differenziati in modo da creare valore per il consumatore.

Per fare un esempio, una banana è una banana. Quando siamo nel reparto frutta di un supermercato non scegliamo la banana in base alla marca, anche perché normalmente c’è un solo tipo di banana. Il più delle volte non ci passa neanche per la testa di scegliere le banane in base al produttore. Oddio, può anche capitare, ecco perché la Chiquita fa pubblicità: per comunicare ai potenziali clienti che le loro banane sono diverse da tutte le altre. E non lo fanno evidenziando caratteristiche fisiche o organolettiche, perché questo sarebbe più difficile. Lo fanno parlando in astratto, spiegando (attraverso la pubblicità) che una bella ragazza che prende il sole sulla spiaggia è una Chiquita, mentre il tizio goffo che fa bodybuilding a pochi metri è una banana comune.

Dunque la differenziazione si estende oltre le caratteristiche fisiche del prodotto/servizio e coinvolge qualsiasi possibile aspetto riguardante l’interazione tra l’impresa e i suoi clienti.

A questo punto la domanda è: il browser è una commodity?

Ovviamente no se si pensa alle funzioni ed alle opzioni che ciascun programma può vantare. Eppure ad un browser fondamentalmente si chiede una cosa solo: navigare. Alla fine dei giochi la cosa importante è che il programma sia sufficientemente leggero da non appesantire il pc, sufficientemente veloce da non provocare l’abbiocco da “attesa del caricamento pagina”, e soprattutto che la visualizzazione delle pagine web sia priva di errori. Il che avvicina in un certo senso il browser alla categoria delle commodities poiché tutti i browser più diffusi sono in grado di svolgere questa funzione in modo soddisfacente.

Le funzioni base sono ormai comuni a tutte le proposte, mentre le funzioni extra da sole non sono in grado di fare la differenza, altrimenti Opera dovrebbe essere il re indiscusso del mercato. Il browser norvegese quanto a funzioni è un punto di riferimento per tutti i competitor: molto spesso le idee partono da qui e si diffondono altrove con notevole ritardo. Speed Dial, gestione avanzata dei cookies, salvataggio delle impostazioni personalizzate per singolo sito, gestione dei segnalibri evoluta, pagine web ridimensionabili a qualsiasi percentuale (immagini incluse), client chat/mail/torrent, mouse gestures, funzione avanti/indietro per i siti multipagina, sincronizzazione, comandi vocali, sintesi vocale dei testi. Il tutto in circa 5MB di installazione ed una invidiabile leggerezza nell’utilizzo (puoi avere anche 20 schede aperte contemporaneamente, ma non noti alcun rallentamento).

Che sia forse il benchmark lo strumento in grado di influenzare le opinioni? O forse è più un gioco per supporter? I fan si scannano a colpi di test, ma la verità è che alla stragrande maggior parte della gente poco interessa se la pagina si carica un nanosecondo più velocemente. L’importante è capire se un browser funziona secondo le aspettative di chi lo utilizza.

Cos’è che fa la differenza allora? Motivi ovviamente diversi per IE, Safari ed Firefox. Per quest’ultimo la comunicazione e l’immagine friendly del mondo Open Source giocano un ruolo importante. Oltre ad essere un ottimo browser (con tanti difetti nella versione 2, ma con una brillante versione 3 in arrivo) è anche oggetto di strategie di comunicazione e marketing accattivanti e non aggressive. La crescita del numero delle estensioni e della qualità delle stesse poi, è più una conseguenza che una causa di tale successo.

Ecco quindi che la comunicazione torna a giocare un ruolo decisivo, riuscendo laddove le funzioni aggiuntive (Opera) e i risultati dei benchmark (Safari) da soli non bastano a convincere gli utenti.

Stream of Consciousness del lunedì sera

Tempi bastardi per noi tutti. Quello che accade da anni in Tibet è qualcosa di scandaloso. I cinesi covano ancora grande rancore verso i giapponesi per anni di soprusi, tanto che proprio non volevano saperne di quel buco circolare troppo simile al Sol Levante in cima al World Financial Center di Shanghai. Che dire allora della questione tibetana? Probabilmente non abbiamo idea di quanto possa essere grave la situazione da quelle parti e la cosa peggiore è che i paesi occidentali rischiano grosso anche solo mettendo becco nella discussione.

Altro scontro è quello silenzioso (un eufemismo) per le fonti energetiche, e l’Africa ne sa qualcosa. In più, l’elevato prezzo del petrolio è una manna per i paesi possessori di riserve di greggio costoso da estrarre e lavorare, come le riserve offshore o le sabbie bituminose. Nel Polo Nord si litiga per la proprietà della dorsale di Lomonosov. Canada, Russia, Danimarca e Stati Uniti si danno battaglia per estendere i propri confini verso quelle aree che celano riserve di olio e gas oltre i 10 miliardi di tonnellate. Il Polo Nord, secondo le convenzioni internazionali di diritto del mare, non appartiene a nessuno. L’attribuzione può accadere soltanto se una delle due nazioni è in grado di dimostrare che la piattaforma continentale sottomarina si prolunga dalla propria terra sino ad un dato punto del Mar Glaciale Artico. O dimostrando che la struttura della piattaforma continentale è simile alla struttura geologica del proprio territorio. Esattamente quello che ha cercato di fare la Russia, che non ha perso tempo ed ha piazzato la propria bandiera sul fondo del mare, ricordando dimostrazioni di forza d’altri tempi.

Per non parlare del problema del surriscaldamento del globo. Un problema per molti, ma non per tutti, visto che lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord al quale stiamo assistendo permetterà di percorrere nuove rotte, che ridurranno drasticamente tempi e costi. Per esempio, la rotta Londra-Tokyo via canale di Suez è attualmente di 24.000 Km, mentre la nuova rotta via Polo Nord permetterà di raggiungere la città giapponese in soli 15.000 Km.

Qualunque crisi ha i suoi pro (per alcuni) ed i suoi contro (per altri). E coloro che restano fuori dai giochi di taluni e talaltri sono troppo spesso destinati a prendersi un cazzotto per guancia.

Risorse correlate: I cartelli: l’infelice esperienza del 1928

Riguardo alle “10 domande” del Sole 24 Ore

L’idea del Sole 24 Ore di chiedere ai navigatori di fare delle domande ai candidati premier di per sé è interessante e affascinante. Il risultato purtroppo lascia l’amaro in bocca, nel senso che le questioni fin qui poste dai visitatori sono tutt’altro che stimolanti. Buona parte di queste sono le classiche domande da Cucuzza, quelle ti capita di sentire più o meno tutti i giorni in televisione, con la sola differenza che la probabilità che hai di incontrare per strada un giornalista di Cucuzza è pressoché nulla, mentre sul Web puoi dire la tua quando vuoi. Certe poi sono le altrettanto classiche domande da “orgoglio web“, di quelle facili da comporre, del tipo: prendi una frase qualunque sentita al telegiornale, ci infili dentro due o tre volte le parole “web” o “web 2.0″, qualche riferimento al web sociale, e la critica è pronta. Peccato, mi aspettavo contenuti diversi, più complessi e tecnici, che non necessariamente devono fare richiamo ad argomenti tecnologici.

P.S. Mi aspetto da un momento all’altro una domanda sui giovani. Sì insomma, le solite cose: i giovani in politica, via i vecchi largo ai giovani, eccetera. Che c’entra, pure io sono ggiovane, ma questa idea che bisogna per forza fare spazio ai ggiovani perché solo loro possono migliorare questo paese, la trovo un’emerita vaccata. Questo paese ha bisogno di persone capaci, esperte, di persone giuste al posto giusto, in una parola di tecnici. Se poi hanno 10 anni (evidentemente geni precoci) o 100 anni non mi interessa. Non mi risulta che Churchill, la Thatcher o Mattei fossero dei giovincelli. Eppure con la loro intelligenza e la loro esperienza hanno fatto la storia.

Marketing e Open Source [IMHO] #2: Word of Mouth

C’è chi dice che Ubuntu ed altri progetti Open Source dovrebbero fare più affidamento sulla pubblicità. Credo sia un’idea sbagliata. Linux (Ubuntu nello specifico) non ha bisogno né di banner né di spot promozionali (al massimo qualche video virale che mette sempre allegria :P) perché può contare su un canale di comunicazione ben più potente: il passaparola.

La pubblicità si adatta maggiormente a strumenti di comunicazione unidirezionale come tv e giornali che non possono fare altro che spingere il messaggio verso lo spettatore senza poter raccogliere il feedback. Con Internet le regole del gioco cambiano. Il successo di Linux è frutto del più colossale flusso di passaparola che si sia mai visto negli ultimi anni. E Internet è lo strumento perfetto per poterlo amplificare.

Non dimentichiamoci infatti che le persone provano Linux principalmente perché ne hanno sentito parlare, un amico li ha convinti, hanno letto recensioni entusiastiche sui blog, o perché c’è sempre qualche quotidiano/settimanale/rivista specializzata che ne parla (in questo caso si tratta di relazioni pubbliche, di quelle spontanee, non di quelle concordate). Già da solo il passaparola produce un numero di contatti impressionante; è la mancata retention semmai che dovrebbe essere oggetto di critica.

Ecco quindi che Canonical ed altri nel definire il giusto mix dovrebbero puntare più sul canale di comunicazione impersonale (quello cioè che non cade sotto il diretto controllo dell’impresa) e meno su quello personale. Un primo segnale lo si è avuto di recente con il lancio di brainstorm.ubuntu.com. Ma c’è bisogno di più.

Se il passaparola spontaneo spinge ogni giorno migliaia di persone a provare Linux e ad installarlo sul proprio pc, si potrebbe pensare a come veicolare il passaparola implicito per creare maggior consapevolezza ed accompagnare gli utenti verso una migliore e più armonica esperienza di utilizzo. Penso ad esempio a News Feed di Facebook, che tra le tante intuizioni di Zuckerberg probabilmente è stata la più importante e la più imitata. Lo dimostra il fatto che non solo quel meccanismo è stato metabolizzato alla perfezione all’interno di Facebook, ma che è anche la colonna portante del circuito che permette a milioni di persone ogni giorno di suggerire implicitamente quali operazioni effettuare e quali webapp installare (il rovescio della medaglia è che ha condotto alla “psicosi da installazione” spingendo gli utenti ad installare decine di webapp prive di utilità). Penso che questo approccio sia replicabile anche per un prodotto a forte connotazione sociale come Linux. Sapere quali programmi sono stati installati dai miei contatti, quali sono stati rimossi/aggiornati e la valutazione che ne è stata data, ad esempio, porterebbe ad una accelerazione nella circolazione delle informazioni (molto più rapida del classico forum/sito di notizie) e ad una riduzione della curva di apprendimento per i meno esperti.

Gnome Online Desktop sembra andare in questa direzione. Il progetto tuttavia è ancora in fase embrionale ed i contorni non sono ancora ben definiti. E’ un progetto sicuramente coraggioso e breakthrough, ma talmente di rottura ed impegnativo che sembra quasi che i programmatori siano andati a complicarsi la vita. Forse l’idea andava sviluppata con un approccio più blando ed una più naturale evoluzione dell’ambiente Gnome standard, senza rivoluzioni.

Dove invece Canonical si è dimostrata particolarmente capace è nelle relazioni pubbliche, che hanno lo scopo principale di creare un clima favorevole all’impresa. L’uso dei mass media è importante e permette di accrescere la credibilità dei messaggi attraverso la publicity, cioè la creazione di eventi in grado di interessare il grande pubblico (incontri, conferenze stampa), stimolando indirettamente anche il passaparola. Le relazioni pubbliche mirano al raggiungimento degli obiettivi dell’organizzazione attraverso la creazione, lo sviluppo ed il coordinamento dei sistemi di relazione fra l’organizzazione stessa e l’ambiente esterno. E non è superfluo ricordare che tale attività deve essere consapevole, trasparente e improntata a principi di etica. Le comunità online non sono importanti solo per gli effetti diretti legati alla fidelizzazione dell’utente, ma anche perché rappresentano un patrimonio per l’organizzazione. Il passaggio a catene del valore virtuali porta allo sviluppo di diverse tipologie di comunità della pratica. La connettività però non si traduce automaticamente in comunità, ma va supportata da azioni di community building, e a questo proposito è determinante il ruolo dell’organizzazione nel convogliare i valori e la propria missione ai membri della comunità.

Ben consapevoli anche del fatto che è impossibile rendere felici e soddisfatti tutti gli stakeholders. E di questo ce ne siamo accorti un po’ tutti. ;)

Risorse correlate: Marketing e Open Source [IMHO] #1

Marketing e Open Source [IMHO] #1

E’ da tempo che mi riprometto di scrivere due righe sul rapporto che “c’è/non c’è/ci potrebbe essere” tra l’Open Source ed il Marketing, ma finisco sempre col rimandare.

Premessa: non sono un programmatore (lo ero da piccolo ai tempi del linguaggio di markup HTML 3.2 e di Java per un breve periodo durante il liceo, poi ho deciso di prendere un’altra strada), ma comincio ad avere una piccola esperienza da utente Linux (da Red Hat 7.2 in poi) e soprattutto da evangelist, cioè da persona che cerca di convincere altre persone della qualità del prodotto.

L’occasione per cominciare a parlare di questo tema c’è stata con il post “Ubuntu ha bisogno di una migliore promozione” apparso su Pollycoke qualche giorno fa. Un po’ per pigrizia, un po’ perché sono caduto in depressione dopo la vittoria di Giò di Tonno e Lola Ponce, per esprimere il mio punto di vista rimetto mano al commento lasciato sul blog di Felipe:

Ricordo di aver letto quell’articolo [il riferimento è a questo articolo] e di aver condiviso buona parte dei suggerimenti dell’autore. Il modo di gestire la comunicazione e di promuovere Ubuntu è sbagliato. Talmente fuori strada che ho sempre avuto il dubbio che questa cosa fosse voluta per qualche motivo. Dopotutto, un imprenditore come Mark Shuttleworth non può non rendersene conto.

Più in generale, gran parte dei progetti Open Source tecnicamente estremamente validi hanno una comunicazione sballata. Girando ad esempio per l’area dedicata del Gnome Marketing Team si presenta un paesaggio vagamente desolante: pagine del Wiki che non vengono aggiornate da non so quanto tempo (basta guardare i Marketing Tasks), un canale IRC immobile e una mailinglist semivuota e con un 90% di post che poco hanno a che fare col marketing (si parla principalmente di conferenze).

Si è soliti pensare al marketing come ad un qualcosa che serve solo a creare bisogni e indurre le persone all’acquisto quasi come fossero sotto ipnosi. Non è così, o meglio, il marketing può essere anche quello. In realtà occuparsi del Marketing vuol dire prima di tutto comunicare alle persone quali sono i reali pregi di un progetto, quali i vantaggi e quali problemi è in grado di risolvere.

Purtroppo (e troppo spesso) la massima espressione della comunicazione nel mondo Open Source consiste nel dire che “è gratuito, il codice è aperto, è meglio di Windows/OSX, non ha virus”. Tutte cose che, pur essendo vere, hanno scarso impatto e legano il progetto alla solita immagine di sempre (un cliché, un po’ come quando uno pensa a Sylvester Stallone e gli vengono subito in mente Rambo o Rocky).

Insomma, c’è bisogno di un cambio di impostazione. Da qui l’altro mio dubbio: il mondo Open Source (gli hackers, i responsabili dei progetti ai quali noi tutti siamo INFINITAMENTE grati) sono davvero interessati a far diventare Linux il sistema operativo più diffuso a livello mondiale? Perché da come agiscono e da come reagiscono alle critiche sembra quasi che non siano poi così interessati ad andare oltre la nicchia di mercato (consumer) nella quale ora ci troviamo.

In settimana cercherò di completare il discorso con un altro paio di post. Forse. -.-’

Impressione

L’impressione è che l’evoluzione di Facebook non stia procedendo nella giusta direzione, ma solo nella direzione più comoda.

Quello che dovrebbe essere il cuore di un network veramente sociale (informazioni personali, informazioni professionali, connessioni, creazioni, conoscenza) non viene valorizzato a sufficienza. La classificazione dei contatti è ferma ad un livello elementare. Segnali una nota, non succede nulla. Ti iscrivi ad un gruppo, non succede nulla. Se mi iscrivo ad un gruppo è perché sono seriamente interessato ad un argomento. Allora com’è che non mi arriva uno straccio di segnalazione/discussione interessante?

Il cattivo uso che si fa della funzione gruppi è l’emblema di Facebook. Questa funzione è talmente depotenziata e la connessione che crea è talmente debole che le persone ormai si iscrivono a decine e decine di gruppi solo per far vedere che vi partecipano, un po’ come fosse una coccarda da attaccare al petto. Passa qualche giorno e non ti ricordi neanche più di avercela addosso.

E poi, migliaia di app totalmente inutili. Un sistema pubblicitario decontestualizzato (ante Google). Sono troppo concentrati sulla parte futile del servizio, quella che serve giusto a divertire gli orfani di MySpace.

Come diceva Alberto Sordi: “Io so’ io e voi…”

Se non hanno ancora capito cosa sono i blog e qual è la vera essenza del fenomeno, figuriamoci se hanno capito cos’è Twitter. Calendario alla mano, ci vorrà qualche anno¹.

Per un giorno sostituisco l’inutile cinguettio con qualche granello di memoria di uno dei più grandi artisti italiani del novecento. Cinque anni dalla morte, oggi.

A chi vuole divertirsi ed emozionarsi consiglio il film “I due nemici“, piccola gemma poco conosciuta della filmografia di Alberto Sordi, una storia bellissima con un grande David Niven (commenti internazionali su IMDB).


¹ Per capire di cosa sto parlando, consultare il blog di Gigi Cogo o fare un giretto per la blogosfera.

Seesmic e la Mappa del Potere della Silicon Valley

La saga continua. Ne farei a meno, anche perché la figura del reporter d’assalto della fuffa non mi calza¹. Ma il post appena letto è succulento e non ce la faccio a glissare. Prima però un breve riassunto.

Tutto è cominciato qualche mese fa con l’impressione di un fulmineo ed eccessivo chiacchiericcio attorno al nuovo progetto di Loic Le Meur. Viene lanciato sul mercato Seesmic, servizio a detta di molti geniale e “di rottura”. Peccato solo che prima di loro sulla cima del monte del videoblogging/videomicroblogging abbiano già piazzato la bandierina altre tre o quattro startup. Così ho cominciato a ravanare nella blogosfera e nel feedreader (Google Reader santo subito) a caccia di persone ed esperienze ed ho trovato prima questo post su Pandemia e poi l’esperienza diretta di Luca Filigheddu. Di getto ho detto la mia. Qualche tempo dopo (pochi giorni fa) ho notato questo comportamento anomalo di TechCrunch i quali, probabilmente consapevoli di averla fatta “fuori dalla tazza”, si erano rimangiati il post. Qui c’è il pensiero di Luca a riguardo.

Arriviamo ai giorni nostri² perché oggi si aggiunge un nuovo tassello. Su ZDNet viene pubblicato questo post che analizza la mappa dei contatti del progetto Seesmic. Avete presente la Mappa del Potere di Beppe Grillo? Beh, una roba del genere, solo con una serie di connessioni da fare invidia a Tronchetti Provera.

Non c’è niente di losco, sia ben chiaro. E’ solo l’ennesima prova del fatto che se si vuole diventare qualcuno nel mondo del Web (come in qualunque altro mondo), da quelle parti si deve passare e con quelle persone si deve fare amicizia. Come cantava Cocciante: “Tu sei il mio amico carissimo”. O come dice l’autore dell’articolo: “Con degli amici così, come può fallire Seesmic?“.

In un contesto del genere si schiude un mondo, e rimediare 5 milioni di dollari di finanziamento diventa improvvisamente una “mission possible”. Che cosa ci farai mai con 5 mln di dollari poi, è un’altra questione.

Questi sono esempi diretti di ciò che i docenti di Gestione dell’Innovazione chiamano Capitale Relazionale e Capitale Sociale, che sovente contano più delle idee. Anche perché, casomai fosse sfuggito a qualcuno (nonostante la geremiade), Seesmic è l’ultimo arrivato di un lungo elenco di progetti con caratteristiche simili. Non c’è invenzione né innovazione.

Oh, ripeto, non ce l’ho con Le Meur. Lui ha fatto solamente quello che andava fatto. E visto che “non c’è niente di personale, sono affari”, ha fatto pure bene. Semmai ce l’ho con l’ostracismo che tiene alla larga molte (troppe) buone idee.

Dai su, non posso chiudere il post con l’ennesima critica. Fatemi pensare. Sì, c’è una cosa che i ragazzi di Seesmic sanno fare molto bene. Qualcosa di originale che nessuno sa fare meglio di loro: la promozione. Le Meur nella comunicazione è un grande e questo spassosissimo video di Seesmic vs Twitter ne è la prova.

Un modo originale per evidenziare la differenza tra Seesmic e Twitter e sottolineare implicitamente i pregi del primo. Chapeau.


¹ Non è vero, mi calza a pennello. -.-’
² Sognavo da tempo di dirlo. Dopotutto, sai che excursus, un paio di mesi in totale.

Microsoft compra il produttore del Sidekick

Nessuno in Italia si è filato la notizia (anche perché gli occhi di tutti sono concentrati sull’OPA ostile lanciata contro Yahoo!), ma la Microsoft lo scorso lunedì ha acquisito la società Danger¹, che produce il popolare (negli USA) smartphone Sidekick. Lo so, il nome probabilmente non vi dice nulla. Si tratta del cellulare/palmare dalle fattezze di una console portatile che gli appassionati del telefilm Heroes avranno già notato in mano a Claire Bennet.

Secondo me non è una notizia da sottovalutare. Il lettore mp3 Zune della MS non ha avuto il successo sperato, e se a questo aggiungiamo che lettori musicali e navigatori GPS stand-alone sono destinati (IMHO) a sparire e ad essere inglobati in strumenti unici multifunzione come i cellulari moderni, facendo 1+1 si potrebbe supporre che la scelta di acquistare il produttore del Sidekick sia dovuta alla strategia di medio-lungo periodo di avere un terminale unico in grado di proporsi come organizzatore della vita digitale di una persona.

Dal comunicato stampa della Microsoft:

Danger has connected with a customer base that is young and enthusiastic, Internet-savvy and socially inclined. The Danger team has a deep understanding of consumers and a hold on what people want from mobility, making it an ideal group to work with in delivering connected experiences. Adding Danger to the Entertainment and Devices Division will provide Microsoft with additional assets and resources that will accelerate the company’s entry into the consumer space and complement the company’s focus on delivering innovative technologies and services that connect people’s entertainment and information.

Resta la questione del software del cellulare, che probabilmente passerà dall’OS proprietario a Windows Mobile.

Microsoft ha tra le mani un prodotto dai connotati decisamente social *.*. Non è forse l’occasione giusta per dimostrarsi meno intransigenti e rivedere la propria strategia a favore di una maggiore apertura delle piattaforme software²?


¹ Pare per una cifra attorno ai 500 milioni di dollari.
² Sulla scia di quanto visto con Android.

Telegramma su Microsoft + Yahoo!

Se ne parla ovunque. Mi limito ad un breve commento.

L’accoppiata Microsoft-Yahoo guardando i numeri è sicuramente un forte antagonista per la leadership di Google; lo è un po’ meno nelle idee. Perché Microsoft non ha mai dimostrato di credere tanto quanto gli altri Big nel Web 2.0 e nel processo innovativo che sta attraversando il Web in generale, mentre Yahoo! è sì più attiva, ma sembra procedere con idee molto confuse. C’è bisogno di una svolta nell’approccio. Le economie di scopo da sole non bastano.

Avere le idee chiare in questo momento è un fattore critico. Perché la lotta nel medio-lungo non si giocherà tanto sui servizi già attivi, ma su quelli ancora da sviluppare: terza generazione dei motori di ricerca e social graph.

Qualcosa non mi è chiaro degli utenti Facebook

Due cose mi sfuggono del comportamento di una piccola fetta di utenti Facebook.

Il primo: [inspirare profondamente] perché tempestare il profilo di decine e decine di inutili App che nessuno noterà mai e che non faranno altro che indurre nel visitatore una sensazione del tipo “Oddio, è arrivato il Millennium Bug”, il tutto mentre il browser rallenta, il cursore tentenna, il motore di rendering nicchia, il notebook decolla ed il processore, sentendosi digitalmente seviziato, lancia di sua sponte un disperato segnale d’aiuto a qualche progetto di calcolo distribuito affinché possa aiutarlo a caricare quella min**ia di DoS al contrario mascherato da pagina Web? [respirare! uh, stava per partirmi un embolo]

Per fortuna che i core sono 2 -.-’

Il secondo: seriamente, come si può pensare anche solo per un istante che questo messaggio (che ha spopolato sui Wall nel mese di dicembre) possa provenire effettivamente dalla società e dal suo fondatore?

Attention all Facebook membeRs.
Facebook is recently becoming very overpopulated,
There have been many members complaining that Facebook
is becoming very slow.Record shows that the reason is
that there are too many non-active Facebook members
And on the other side too many new Facebook members.
We will be sending this messages around to see if the
Members are active or not,If you’re active please send
to other users using Copy+Paste to show that you are active
Those who do not send this message within 2 weeks,
The user will be deleted without hesitation to create more space,
If Facebook is still overpopulated we kindly ask for donations but until then send this message to all your friends and make sure you send this message to show me that your active and not deleted.

Founder of Facebook
Mark Zuckerberg

Il bello è che, dopo la smentita e le raccomandazioni della società, altre catene di Sant’Antonio con caratteristiche simili continuano a girare. Quando si dice “duri di comprendonio”…

Un po’ di sana concorrenza per Seesmic

Finalmente un po’ di concorrenza per Seesmic. Sinceramente stavo cominciando a trovare pesante tutta la serie di notizie “spray” che girano da tempo attorno al progetto di Loic Le Meur. Non si pensi che non apprezzo l’idea, tutt’altro. Al massimo trovo noioso guardare una videobloggata di un signor sconosciuto. E’ l’eccessivo hype che ha monopolizzato il fronte del video blogging che non trovo corretto. Facile parlare quando dalla tua hai due pezzi grossi come Scoble e Arrington (che è anche finanziatore del progetto; qui in Italia parleremmo di conflitto di interessi), che da soli sono in grado di indirizzare le masse. E tutti gli altri? Le altre piattaforme con caratteristiche simili non le prova/cita nessuno? Nessuno fa notare che tra Seesmic e YouTube la differenza è talmente labile che la si può spazzare via nel giro di qualche giorno?

L’ultimo arrivato per questo genere di servizi è Magnify e bisogna almeno riconoscere che su TechCrunch ne hanno dato notizia. Ecco un buon esempio di utilizzo. Ora si spera che anche altri siano della partita e che le opinioni tornino ad essere più equilibrate.

Risorse correlate: Hictu, l’Italia e il Web 2.0

Toh chi si rivede! JotSpot

Oooh, finalmente! Google ha rilasciato informazioni sull’andamento dell’integrazione di JotSpot col resto della sua “suite”. Ne è passato di tempo dall’acquisizione. Sinceramente non vedo l’ora di provarlo. Il sistema di project management non sembra particolarmente complesso (dagli screenshot non vedo diagrammi di Gantt o bar chart di qualche tipo), ma sembra sia possibile suggerire ed aggiungere nuove funzioni.

Piuttosto, una cosa mi sfugge della politica di Google, e cioè questa propensione alla duplicazione delle funzioni. Perché preferire la creazione di un servizio dedicato (quello che sarà il nuovo Google Page Creator) ad una più naturale integrazione con Google Docs? Oddio, naturale per noi. Probabilmente per un utilizzo professionale l’isolamento di JotSpot dalle altre proposte potrebbe risultare comodo.

La cosa che mi confonde è che certi servizi preferiscono lasciarli separati, mentre altri preferiscono incrociarli tra loro. Sto pensando a Google Blocco Note, che da qualche tempo si integra con Google Bookmarks in modo alquanto discutibile (almeno per me :/).

Nel frattempo mi è scappato un altro mockup su Google Docs. Niente di che. Semplicemente non trovo comoda l’attuale impostazione del file manager; spazi vuoti un po’ troppo ampi per i miei gusti.

Un’ultima cosa. Finalmente avremo anche una versione offline di Google Docs attraverso Google Gears. Perché non proporre anche un plug-in ufficiale per integrare il servizio in OpenOffice? Ok c’è OpenOffice.org2GoogleDocs, ma si potrebbe fare qualcosa di più, no? Io nel dubbio ho proposto la cosa quando ho compilato l’indagine su Docs qualche giorno fa.

The Ecstasy Of Gold

E’ uno dei più grandi compositori moderni. Io direi, di tutti i tempi. Da sempre si discute su chi sia il più grande nel campo delle composizioni per il cinema, tra Ennio Morricone e John Williams, ma per quel che mi riguarda non ho dubbi.

Ascolto spesso le colonne sonore del Maestro, e dire qui quale sia la mia preferita è opera ardua. Certo, quando penso a Morricone penso anche ai film di Sergio Leone, altro mito. La memoria torna a scene memorabili, attimi che sembrano interminabili, battute secche pregne di significato.

Una scena in particolare è rimasta scolpita nella mia memoria sin dalla prima volta. Terzo film della trilogia del dollaro: “Il buono, il brutto, il cattivo“. Non il triello, ma il momento che lo precede. Tuco corre alla ricerca della tomba che nasconde l’oro.

Ogni singolo secondo è un racconto nel racconto. Ogni singola inquadratura ha una morale. Le immagini si alternano, diventano via via più veloci e la musica le accompagna in un crescendo che giunge in modo quasi discreto e culmina in un climax. Alla domanda: “Quanto è durata questa scena?”. Risponderesti: “Mah, direi un minuto circa”. Ne sono passati quasi quattro! Eppure in quella corsa il tempo sembra fermarsi, tanto per i protagonisti quanto per lo spettatore. Un connubio perfetto tra ciò che senti e ciò che vedi. E’ l’estasi della musica.

La colonna sonora che avvolge il momento topico del film e questa.

The Ecstasy of Gold, “The Good, The Bad and The Ugly” in concerto
(Monaco 2005)

Su YouTube c’è anche il video della scena di cui parlo, subissato dagli elogi. Non guardatelo. Datemi retta. Se non l’avete mai fatto, regalatevi tre ore di tempo e godetevi un capolavoro.

House M.D. promosso su Canale5

Beh era nell’aria. Dr House passa da Italia1 a Canale5. Il fatto che un serial tv americano sbarchi sulla rete ammiraglia la dice lunga su quanto quest’ultima abbia bisogno dei 4/5 milioni di telespettatori (più il potenziale del nuovo canale) che il telefilm porta in dote.

Seguo House M.D. sin dall’inizio ed apprezzo ogni puntata per qualità e originalità (cosa difficile da ottenere nella ripetitività delle ambientazioni e delle circostanze). Da qualche anno seguo con grande soddisfazione anche altri serial come Lost, Criminal Minds, NCIS, I Soprano, The Shield, Scrubs. A questi aggiungo il più recente Heroes, l’inglesissimo Hustle ed il sempreverde Sex and the City. In tutta onestà, senza questi telefilm (più qualche approfondimento giornalistico e qualche trasmissione di comicità) non saprei proprio cosa guardare la sera alla tv.

Quello che una volta era il lunedì delle grandi prime visioni ora è un giorno come un altro, fatto di repliche e film di discreto successo. I canali più piccoli (La7, Rete4 e Rai3) sono ovviamente i più virtuosi, ed ogni tanto regalano l’opportunità di godere di grandi capolavori, come “Arancia Meccanica”, “Il buono, il brutto, il cattivo” e ”Il Padrino”.

Arancia Meccanica ad esempio è stato trasmesso per la prima volta (quindi in prima visione tv) da La7 proprio pochi giorni fa, a 36 anni dalla sua uscita. Giù la testa, altro grande film, non lo vedo nella programmazione televisiva italiana da non so quanto tempo. Si lamentano per l’emorragia di telespettatori che la tv sta subendo e spesso danno la colpa ad Internet e ai download illegali. Ma siamo proprio sicuri che Internet sia la causa e non la conseguenza?

A Bologna c’è una bellissima biblioteca, la Sala Borsa, che tra i tanti servizi gratuiti mette a disposizione la possibilità di prendere in prestito film in dvd e vhs. E non passa giorno che non veda ondate di persone prendere in prestito anche due o tre film alla volta. Se questo accade un motivo ci sarà.

Apple, innovazione 1: vendita interattiva

Per gli utenti è un servizio in più. Uno dei tanti. Le persone che si occupano di marketing e strategie di vendita riconosceranno invece un’evoluzione nella vendita. Un primo passo.

Dal sito della Apple:

“What’s that song?”

Say you’re in line at Starbucks. You hear this amazing song wafting from the speakers. You gotta have it. Now. Tap the iTunes button on your iPhone or iPod touch, tap the Starbucks button, and voilà: You see the current song, the last 10 songs played, and featured Starbucks Collections. Preview, buy, and download whatever you like, right then and there. Or, if you’re sipping away with your laptop, buy what’s playing — exclusively on iTunes.

Che vuol dire? Siete in una caffetteria Starbucks e state facendo colazione. La radio del locale all’improvviso trasmette una canzone che vi piace, magari una di quelle canzoni che cercate da tempo, ma che tuttavia non riuscite proprio a trovare perché non ne conoscete il titolo. Nessun problema. Tirate fuori il vostro iPod Touch ed avrete subito a disposizione l’elenco delle ultime 10 canzoni ascoltate nel locale. Qualche click e l’avrete già comprata (99 centesimi, un cappuccino è più caro) e scaricata.

Ecco cosa scrivevo sei mesi fa in un post dal titolo “Mediaset interessata a Fastweb?“:

Una tv dove non ci sono spot, ma dove tutto potenzialmente può diventare uno spot. Ad esempio: sto guardando il mio telefilm preferito. Vedo un personaggio con un vestito che mi piace. Ci clicco sopra e in un secondo mi appare una schermata con marca, modello, varianti e negozi dove poterlo acquistare (anche online ovviamente). O ancora: ascolto una canzone, mi piace e in 2 click la sto già scaricando da iTunes.

Ma quanto sto avanti? No dico, ma quanto sto avanti?! :D

Ultimamente non ne sbaglio una. Spero che anche la mia profezia sul WiFi un giorno possa diventare realtà. :P

L’enorme potenziale del Rugby

Il Mondiale di Rugby, terzo evento sportivo dopo Olimpiadi e Coppa del Mondo di calcio, sta per cominciare. Purtroppo in Italia chi non ha Sky o la Pay-per-view di La7 non avrà la possibilità di seguirlo. Alle emittenti nazionali in chiaro sono arrivate moltissime richieste da telespettatori ed appassionati che chiedevano di poter vedere quantomeno le partite degli Azzurri. Non c’è stato nulla da fare.

Ora, non so bene quanto gravoso sia l’acquisto dei diritti per un evento del genere. Ho provato a cercare su Internet, ma non ho trovato la cifra esatta. Se è vero che il prezzo da pagare per i diritti è molto elevato, è anche vero che il potenziale di telespettatori per questo sport c’è ed è (a mio modesto avviso) enorme, anche perché le sensazioni e le emozioni che sa dare sono paragonabili a quelle del calcio e ciò costituisce un vantaggio.

Gli italiani più volte in passato hanno dimostrato di gradire anche altri sport che non siano il calcio trasmessi in prima serata. E’ successo con il Curling durante le Olimpiadi del 2004, ed è successo con lo stesso Rugby, che su La7 ha superato 1 milione di telespettatori.

Se su La7 questa cifra è stata ampiamente superata con una partita del Sei Nazioni, una partita del Mondiale Rugby (evento ancor più importante) trasmessa in prima serata su Rai Uno non dovrebbe fare troppa fatica a raggiungere i 5 milioni di telespettatori (anche se sono sicuro che potrebbe farne di più). Senza considerare l’hype prodotto da partite di un certo fascino come quelle con Nuova Zelanda ed Australia.

Cercando qua e là ho trovato questo articolo del Sole 24 Ore. Ecco alcuni punti salienti:

Quest’inverno, dopo le due vittorie consecutive in casa della Scozia e a Roma con il Galles, c’è stato il boom: secondo i dati forniti, sul mercato italiano in tutto il 2006 erano stati consegnati ai rivenditori 15mila pezzi, mentre da gennaio a giugno 2007 si è arrivati a 32mila. E il fatturato è passato da 600mila a 1,1 milioni di euro. Sostanziosa la crescita anche all’estero, con 15mila articoli nella prima metà del 2007.

La Fir vede aumentare continuamente il giro d’affari e prevede di chiudere il 2007 con entrate per 24 milioni di euro, somma cresciuta del 60% nel giro di quattro anni.

Intanto il numero degli atleti tesserati, comprese le donne e le categorie giovanili, è ormai vicinissimo a quota 50mila: un record. L’Italia ai quarti di finale porterebbe altra linfa, su questo nessuno nutre dubbi, anche se la mancata trasmissione delle partite in chiaro ridurrà inevitabilmente la platea dei telespettatori.

Come dicevo, c’è un potenziale enorme dietro al Rugby. Permane il dubbio che questa scelta sia stata forse dettata dal fatto di voler proteggere il calcio nel suo anno del rilancio dall’assalto di uno sport in ascesa.

Ci siamo! BlogDay 2007

Probabilmente l’avrete già letto altrove. Oggi è il BlogDay. La homepage dell’evento recita:

In un lungo momento del 31 Agosto, i blogger di tutto il mondo posteranno una raccomandazione di 5 nuovi blog, preferibilmente blog differenti dalla loro cultura, da loro punto di vista e dalle loro attitudini. Quel giorno, tutti i lettori di blog si troveranno a navigare e scoprire nuovi e sconosciuti blog, celebrando la scoperta di nuove persone e nuovi blogger.

Oook, nel tentativo di rimanere il più possibile fedele alle regole dell’evento, ecco una lista di cinque blog che mi sento vivamente di consigliare:

  • WallStrip - L’ho scoperto ieri, non ricordo nemmeno da quale fonte. Videoblog decisamente informale, specializzato in notizie di economia e finanza sul mercato statunitense. Fantastico!

  • Salli Vates’ NY Food Page - Famosa critica gastronomica americana che ha recensito praticamente ogni ristorante di New York City. Un must per tutti gli appassionati di cibo e/o della Grande Mela! ;)

  • The Sartorialist - Altro blog “newyorkese” gestito da un famoso trend setter che gira per la città e fotografa la gente comune. Altro must per tutti gli appassionati di moda e/o della Grande Mela (sì ok, avrete capito che anche io sono un appassionato di NYC) :mrgreen:

  • Moleskinerie - Blog imperdibile per tutti gli amanti (come me) delle Moleskine.

  • Managing Globalization - Il blog di Daniel Altman, giornalista dell’International Herald Tribune

C’è un problema però. Molti di questi blog in realtà sono dei servizi di tipo commerciale, il che vuol dire che mi allontano forse troppo da quello che è lo spirito dell’iniziativa, ossia conoscere i blogger (quelli che lo fanno per passione e divertimento) ed il loro punto di vista. Ecco quindi una seconda lista di blog rigorosamente italiani che meritano tanto quanto i primi. Li ho conosciuti in questi mesi da pseudoblogger e non si sono più schiodati dal mio aggregatore.

I miei complimenti agli autori di questi blog, tutti estremamente utili ed interessanti. Ce ne sarebbero molti altri da segnalare, ma devo fermarmi a cinque.

Ehi spero di esservi stato utile e di avervi guidato alla scoperta di qualche nuovo blog che prima non conoscevate. ;)

La prossima versione di Gmail (screenshot mod)

logo-gmail

L’altro giorno mentre ero in viaggio ho cominciato a pensare alle varie caselle mail che normalmente utilizzo ed ai vantaggi/svantaggi che ciascuna offre. Penso che siamo tutti d’accordo: Gmail è una spanna sopra le altre. Semplice, pulita, completa e veloce. Viene aggiornata di continuo con nuove funzioni e servizi complementari che ad ogni rilascio fanno parlare la blogosfera ed il Web in generale.

Dietro c’è “anche” una strategia commerciale molto raffinata che, con un collegamento mentale un po’ azzardato (alla James Joyce diciamo), mi ricorda la strategia every day low prices di WalMart. Così come strategiche sono state le scelte relative alla partecipazione “solo su invito” dei primi anni e la decisione di mantenere il servizio costantemente sotto “Beta”. Ma non è di questo che volevo parlare.

Vorrei parlare di quelle funzioni che mancano a Gmail per renderlo un servizio davvero perfetto. La richiesta che sento più spesso dalla gente è quella relativa alla visualizzazione su unica pagina a più colonne dell’elenco delle mail e dell’anteprima, un po’ come fanno già da tempo Yahoo e Live Hotmail sulla falsariga di Outlook. In effetti è una funzione utile della quale se ne sente un po’ la mancanza, specialmente nella versione a schede multiple di Yahoo. La velocità di Gmail in parte rimedia a questa carenza, ma in molti continuano a sperare in un’implementazione futura.

Personalmente stimo aziende come Apple e Google proprio per la loro capacità di saper innovare senza il bisogno di copiare le idee degli altri. Così in questo caso mi sono chiesto: quale potrebbe essere l’alternativa per Google? Come si potrebbe ottenere lo stesso risultato, ma in modo originale e differente dai concorrenti? E così mi è venuto in mente Google Reader. Un momento: hanno già una funzione simile nel loro aggregatore di RSS! Ho creato un mockup (sentiti ringraziamenti a GIMP) per semplificare la spiegazione:

Schermata-Gmail - Inbox (1) - Mozilla Firefox-1

Clicca per ingrandire

Ci siamo! Perché non riproporre lo stesso concetto alla base di Reader? Invece di creare una colonna per l’elenco delle mail ed una per l’anteprima (come fanno i concorrenti), con una soluzione del genere sarebbe possibile racchiudere tutte le funzioni all’interno di un’unica area, così come hanno sempre cercato di fare. Il meccanismo è esattamente lo stesso di Reader. Si comincia con le ultime cinque mail ricevute. Man mano che si arriva in fondo alla pagina Gmail carica altre cinque mail, e poi altre cinque, e così via. Pensate alla comodità: tutte le mail in una sola schermata, caricate dinamicamente per non appesantire l’utilizzo. Ciò darebbe anche la possibilità di visualizzare e rispondere a più messaggi contemporaneamente, dato che il form per la risposta è subito sotto al corpo della mail.

Non sono un programmatore e non so quanto sia percorribile questa strada. Certo è che sarebbe una bella comodità. Nel mockup già che c’ero ho inserito altre due o tre idee. Come ad esempio un nuovo header che possa racchiudere e meglio integrare tra loro i vari servizi offerti da Google (Reader, Docs&Spreadsheets, Picasa, ecc.) che al momento sono troppo “distanti” l’uno dall’altro.

Prima o poi anche la Chat verrà “staccata” da Gmail e condivisa tra tutti i servizi. Proprio per questo ho inserito il menu per la selezione dello status in alto a sinistra, allo stesso livello del nome utente e del menu principale (unico per tutte le web app).

L’ultimo particolare è quello relativo alla ricerca. Anche quella prima o poi verrà allargata ed estesa a tutti i servizi di Google. Da qui il nome GDesktop o GApps.

Ovviamente il mockup è piuttosto rudimentale: non sono un programmatore, ma non sono neanche un web designer. :P La grafica così come l’ho fatta io risulta troppo appesantita. Google sa fare mooolto di meglio.

Ci sono sicuramente tante altre funzioni da aggiungere e molte altre idee da implementare. Queste sono solo alcune. Tocca a Google.

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