Archivia per Maggio 2008

Il Web 2.0 non è in grado di auto-alimentarsi economicamente

L’articolo del Financial Times (ripreso da Downloadblog) riconduce ad un tema che l’entusiasmo per l’evoluzione del Web tende ad oscurare: il Web 2.0 non è in grado di produrre liquidità a livelli soddisfacenti. Non è stato ancora ideato il metodo giusto per fare cassa in scioltezza e continuità. Le start-up fanno affidamento in modo quasi esclusivo ai venture capital, e la valutazione economica delle stesse si allontana dalla realtà.

“If you look at some of the valuations, you wonder what fantasy of revenues they’re based on,” said Mitchell Kertzman, a partner at Silicon Valley venture capital firm Hummer Winblad.

Se è vero che la maggior parte delle start-up nasce con un solo obiettivo in mente, ossia creare un nuovo servizio sufficientemente innovativo per il mercato ed aspettare che qualche pesce grosso le acquisisca, è vero anche che non tutte le società la pensano allo stesso modo. Zuckerberg ad esempio continua a difendere la sua creatura (Facebook) dagli attacchi dei possibili acquirenti, forse perché è in attesa della “big one” delle opportunità, o forse perché ha altro in mente. Fatto sta che pur avendo tra le mani uno strumento potente e flessibile, il suo meccanismo pubblicitario stenta a decollare. Anzi, non va proprio. Le cose potrebbero cambiare con l’arrivo dell’anticipato aggiornamento di Facebook e con la riorganizzazione di News Feed (più annessa apertura a servizi esterni) che potrebbe veicolare in modo più efficace la pubblicità. Per il momento però non va.

Insomma, tante ed originali le idee per i servizi, poche e confuse le idee per il ritorno economico. Attualmente le speranze maggiori sono riposte nella creazione degli account Pro, quelli con funzioni extra a pagamento. E’ la strada che è stata scelta da Pownce, ma con quale esito? E’ la strada che è stata annunciata da David Karp per la sua creatura, Tumblr, in una recente intervista a Wallstrip.

Sono dell’opinione che bisognerebbe sempre andarci cauti con la scelta degli account Pro a pagamento perché possono condurre a reazioni diverse: a seconda di come li imposti può cambiare la percezione dell’utente.

Non mancano le eccezioni. La strategia delle estensioni a pagamento sembra funzionare su WordPress.com. Questo è un punto da non sottovalutare: WordPress.com non ha un account Pro, non crea scomode distinzioni tra utenti di fascia A e utenti di fascia B. Più semplicemente propone delle estensioni a pagamento per quelle funzioni che chi ha un account free utilizza tutti i giorni, rispettando certe limitazioni. E comunque, questa unica fonte di ricavi probabilmente da sola non basta. Lo stesso Mullenweg qualche tempo fa ha ammesso di essere ancora alla ricerca di una brillante idea per la monetizzazione.

Risorse correlate: Matt Mullenweg dice la sua su blog e pubblicità

Il miglior post in assoluto di TechCrunch!

No, sul serio, è geniale. Un post vuoto, senza contenuto, solo il titolo. Tu lo leggi e pensi sia dovuto ad un errore tecnico. Poi realizzi. A quel punto le strade sono due.

O fai il figo e la butti sul filosofico rimuginando di significati nascosti, provocazioni, interpretazioni naïf, messaggi subliminali, e già che ci sei ci sbatti dentro quel poco di Heidegger & Co. che ti resta dai tempi del liceo (così, per sport, sennò che cappero l’hai studiato a fare; nel frattempo il buon Heidegger si rivolta nella tomba e dal suo account su Jaiku fa sapere che non condivide, e che Jaiku è “na cifra mejo de Twitter”. Ebbene sì, anche Heidegger guarda i Cesaroni).

Oppure lo leggi per quello che è: una paracu**ta dalle proporzioni bibliche. Non scrivi nulla, lasci che i commenti vadano da soli, ci sbatti dentro un video sulla stessa linea del post per stuzzicare ancora un po’ le masse. Nel frattempo generi traffico (Blogrunner, Techmeme, ecc.), fai parlare del tuo sito, fai un markettone da Golden Globe a Seesmic (ritira il premio Loic Le Meur, che non se lo fa ripetere due volte, da fuoriclasse delle PR quale oggettivamente è) e fai anche un po’ di cabaret tra i videocommenti di comici involontari ed i siparietti del pupazzo di Loren Feldman (che personalmente adoro).

E Michael è lì, con un titolo, zero righe e 400 commenti. Ora ditemi, come può non essere appagato dalla trovata?

TechCrunch chiama, Twitter risponde!

Shuttleworth ha fatto bingo! Ubuntu Netbook Remix

L’idea di creare una variante ufficiale di Ubuntu appositamente creata per i sub-notebook è quella giusta! Il supporto ufficiale di Intel poi è un paracadute d’oro. C’è solo da vedere quale sarà la controffensiva sul lato commerciale. Immagino che dall’altra parte il motto sarà: “Lunga vita a XP”.

Il nome però poteva sceglierlo meglio. Mai abbassare la guardia, neanche su un nome.

[via The Guardian]

Paperblanks, concorrente da non sottovalutare per Moleskine

Fino ad ora i più diretti concorrenti di Moleskine si erano limitati a ricalcare i motivi del successo dei taccuini italiani. Paperblanks propone finalmente qualcosa di nuovo: una serie di agende e taccuini dalla copertina particolarmente rifinita in un lungo elenco di varianti, con motivi ispirati ad antichi libri, gioielli e tessuti. Il prezzo è mediamente più alto di qualche euro, ma l’appeal è senza dubbio forte. Nelle librerie Feltrinelli un apposito espositore ne evidenzia il profilo medio-alto. C’è chi sostiene che la qualità della carta non sia eccezionale, ma si sa, gli appassionati sono sempre molto esigenti. Da tenere d’occhio.

GTA IV vs. Resto del mondo

Le cifre che ruotano attorno a GTA IV (il gioco più atteso dell’anno) sono impressionanti: 3.6 milioni di copie vendute nel giorno del debutto, più di 6 milioni allo stato attuale, per un ammontare che supera i 500 milioni di dollari. Microsoft per la sola esclusiva sui contenuti extra del gioco da comprare/scaricare via Xbox Live ha sborsato 50 milioni di dollari. Il mercato dei videogiochi è in piena salute, dimostra di essere in costante crescita ed è nella condizione di sottrarre potenziali clienti al mercato cinematografico. Sarebbe interessante analizzare le relazioni tra questi due business e l’elasticità della domanda. Wallstrip recentemente ha trattato l’argomento. Ecco il video.

Conoscenza fai da te: Urban Dictionary

Urban Dictionary è un servizio molto utile per chi non è di madrelingua inglese: è una sorta di dizionario internazionale dello slang urbano, una raccolta di neologismi, espressioni e modi di dire comuni (specialmente tra i giovani) nel mondo anglosassone. Purtroppo, come molti servizi user-generated (sono gli stessi utenti del sito a proporre ed inviare le definzioni), è soggetto ad errori grossolani. La definizione di “tifosi” che appare stamattina in homepage è emblematica. Direi che hanno confuso il concetto di tifoso con quello di “ultras”.

Il servizio prevede il controllo della qualità delle definzioni, ma evidentemente non funziona come dovrebbe: 219 segnalazioni di errore (il pollice verso nell’immagine) non sono bastate ad indicare lo strafalcione ai gestori del sito.

Altra considerazione: è interessante notare come quel fatto spiacevole del lancio in campo di fumogeni e petardi da parte dei tifosi dell’Inter nella semifinale di Champions di qualche anno fa sia ancora impresso nella mente degli spettatori, tanto da gravare tutt’ora sulla reputazione della squadra.

Tornando in tema, c’è una scena della sitcom satirica American Dad che riassume alla perfezione il problema degli user-generated content ed il fatto che, pur nella loro immensa utilità, sono ad alto rischio di errore. Ecco perché bisognerebbe sempre prendere con le pinze le informazioni presenti su Wikipedia e cercare, se opportuno, fonti più autorevoli di conferma.

Steve: Now the world will never know the truth.
Stan: If only there was a place where you could make any outrageous claim you want with absolutely no proof, and millions of people would accept it as fact.
Steve: That’s it!
[cutaway to Steve writing a Wikipedia article on "The Truth About Peanut Butter"]

La storia di quei 75 MLD di dollari che la Microsoft distribuì agli azionisti

Ricordate quella colossale distribuzione di dividendi che qualche anno fa la Microsoft riconobbe a tutti gli azionisti? Era il 2004 e la società di Bill Gates annunciò la più grande distribuzione di denaro in contante di tutta la storia delle politiche aziendali. Leggendo un vecchio articolo dell’Economist ho riscoperto l’argomento e trovato le motivazioni che spinsero i manager a quella scelta.

Nel 2004 le opportunità di investimento dell’impresa erano diminuite e per tale motivo la società decise di distribuire liquidità agli azionisti piuttosto che investirla in progetti a VAN negativo (cioè in probabile perdita, ossia i cui ricavi non sarebbero stati in grado di coprire gli investimenti).

Fatto: la Microsoft era (ed è) la più grande impresa di software a livello mondiale e generava liquidità al ritmo di un miliardo di dollari al mese. La società arrivò ad un punto in cui la tesaurizzazione di liquidità (l’accumulo di ricchezza senza il reimpiego in investimenti produttivi) era esagerata. Così, il 20 luglio annunciò l’intenzione di voler distribuire una quota della sua ricchezza ed optò per la distribuzione agli azionisti in varie forme per un ammontare senza precedenti: 75 miliardi di dollari. Una parte, 32 miliardi, sotto forma di dividendo straordinario. Un’altra parte attraverso il riacquisto di azioni proprie per un ammontare di 30 miliardi di dollari in quattro anni. La parte restante in un raddoppio di quello che era il dividendo corrente, con pagamento trimestrale.

L’operazione venne giudicata più che positivamente per la matura analisi compiuta dalla Microsoft in riferimento al suo ruolo nel settore ed alle prospettive future.

Ora, ci sarebbe da fare tutto un discorso un po’ più tecnico sul perché scelsero quelle tre forme di distribuzione ed in quelle quantità. Quel che conta però è che, fossimo stati azionisti della Microsoft a quei tempi, di sicuro oggi la guarderemmo in modo mooolto diverso. :D

Altre interviste a Matt Mullenweg (Mr WordPress)

Sabato scorso a Milano si è tenuto il primo WordCamp italiano ed il grande Matt Mullenweg era presente. Ancora rosico per il fatto di non aver partecipato all’evento. Per fortuna la rete pullula di testimonianze, foto e video. Per il buon Matt non c’è stata pace: manco Frank Poncherello ai tempi di CHiPs aveva cotanto seguito.

Segnalo le interviste di Intruders.tv e Apogeo (che embeddo qui sotto).

10 motivi per leggere e apprezzare IHT.com

L’International Herald Tribune è un giornale che apprezzo particolarmente, sia per la qualità e l’oggettività dei suoi articoli, sia per il respiro internazionale che questi hanno. Essendo un po’ la costola europea del New York Times, da quest’ultimo eredita buona parte dei contenuti, pur mantenendo una propria redazione (con sede a Parigi) ed una impostazione personale.

Il giornale in Italia viene distribuito nella versione cartacea, in inglese ovviamente, stampata nei pressi di Bologna. Il prezzo purtroppo non è basso se paragonato ai quotidiani italiani: 2.50 euro, più del doppio. Un difetto non da poco, soprattutto se si considerano le grandi economie di scala prodotte dalla tiratura (un unico giornale venduto in oltre 180 paesi) e dall’impiego di qualche articolo del NYT. Senza poi dimenticare che lo stampano qui dietro l’angolo, e che quindi non ci sono costi di spedizione internazionali da sostenere.

La buona notizia è che il sito web del giornale, IHT.com, non ha nulla da invidiare alla versione cartacea ed anzi offre contenuti aggiuntivi molto interessanti in modo completamente gratuito. Ecco dunque 10 buoni motivi per leggere le notizie dal sito dell’International Herald Tribune:

  1. Ordine e pulizia: la homepage è pulita, semplice, elegante, ben organizzata e con poca pubblicità. Mi dispiace un po’ dirlo, ma è l’esatto opposto delle homepage dei quotidiani italiani, talmente confuse, asimmetriche e piene di pubblicità da rendere estremamente difficile la consultazione;
  2. Internazionale: diciamoci la verità, l’Italia è un paese piccolo, molto piccolo, l’1% della popolazione mondiale. Fatti e avvenimenti sono più o meno sempre gli stessi e le baruffe politiche portano via una grande fetta dell’informazione. Meglio dunque impiegare il tempo che abbiamo in modo più produttivo, saltando gli articoli sulle ultime dichiarazioni di Corona o della Falchi per passare piuttosto a leggere quello che accade nel resto del mondo e in particolare in Europa;
  3. Il lettore è al centro di tutto: non solo i commenti dei lettori agli articoli sono bene accetti, ma vengono anche riassunti e messi in evidenza nell’apposita sezione Reader Discussions. In più, per ogni articolo pubblicato, sono disponibili strumenti come il sintetizzatore vocale per la lettura della notizia, il traduttore, la possibilità di aumentare la dimensione dei caratteri del testo, ed i collegamenti a servizi Web 2.0 come Del.icio.us, Digg e Facebook;
  4. Editoriali ed Approfondimenti: proprio come nella versione cartacea, anche la versione elettronica può contare su Editoriali e Report Speciali;
  5. Connessione con il NYT: l’IHT eredita parte degli articoli (i più interessanti) del più importante giornale americano, il New York Times. Collaborazione che si estende a blog specializzati come BitsThe Opinionator e DealBook;
  6. Blog: ai blog del NYT appena elencati si aggiungono quelli dei giornalisti interni all’IHT, focalizzati su argomenti specifici, come Globespotters per chi ama viaggiare, Business of Green per chi si interessa di clima e ambiente, Raising the Roof per chi compra/vende/affitta case, Formula One per gli appassionati di F1;
  7. Video e Podcast: il sito propone ogni giorno nuovi video su notizie dal mondo, tecnologia, economia, moda e politica. In più dalla sezione AudioNews si accede gratuitamente ai podcast;
  8. Link ad altri giornali: a seconda della sezione non mancano richiami, proposte e suggerimenti ad articoli scritti su altri importanti giornali stranieri come Der Spiegel per la sezione “Europe”;
  9. Grandi firme giornalistiche: nel corso degli anni oltre 117 premi Pulitzer hanno scritto articoli per i giornali del gruppo New York Times Company;
  10. Aperto e gratuito: vi pare poco? :)

L’usabilità, questa sconosciuta: Windows Live What?!

Dicesi Usabilità:

L’usabilità è definita dall’ISO come l’efficacia, l’efficienza e la soddisfazione con le quali determinati utenti raggiungono determinati obiettivi in determinati contesti. In pratica definisce il grado di facilità e soddisfazione con cui l’interazione uomo-strumento si compie.

La domanda, per quelli di voi che non hanno mai “visto e vissuto” Windows Vista, è: “Che differenza c’è?”.¹ La risposta è: “Nessuna!”. Sotto normali condizioni le varianti Live (leggermente più evolute e con più funzioni) dovrebbero sostituire le vecchie versioni installate. Invece le vanno ad affiancare, provocando fenomeni di bradisismo mentale nelle persone metodiche e scatti d’ira in quelle iraconde. La motivazione scientifica di tale scelta è: “Vattelappesca”.

Per chi vuole saperne di più su Hotmail / Windows Live Hotmail  / Windows Mail / Windows Live Mail / Windows Live Windows Live Mail Live *.*, consiglio questo articolo. Ecco un estratto di un estratto, o se preferite, un Windows Live Estratto:

“Will this be the last time Microsoft creates a bunch of different apps that serve almost the same purpose? Probably not. First imaging software, then mail clients… I wonder what will be next? It also remains to be seen if this is the last time Microsoft plays ‘Pin the Name on the Mail Client.’ Hopefully it is, for all our sakes.”


¹ Sto studiando da paragnosta.

Spot Nike: Take It To The Next Level

Solitamente non mi occupo di pubblicità e advertising.¹ Stavolta però farò un’eccezione, perché questo nuovo spot della Nike è uno spettacolo!

Il giocatore che spara le manate in faccia non poteva essere che Materazzi. :D Qui c’è la versione ad alta risoluzione. Il regista è Guy Ritchie (il tizio sposato con Madonna, N.d.Sora Lella). Secondo voi il soggetto dello spot è inventato o si tratta di un vero giocatore dell’Arsenal (in tal caso, quale olandese)?


¹ Anche perché, al contrario di quella che è l’opinione comune, il marketing non è questo. Il marketing è prima di tutto analisi di mercato, raccolta dati e studio analitico, statistica, programmazione ed elaborazione di una strategia (della quale poi l’advertising è uno dei tanti componenti).

Marketing e Open Source [IMHO] #3: Imparare senza imitare

T. S. Eliot: “I poeti immaturi imitano; i poeti maturi rubano.” (Philip Massinger, The Sacred Wood)

Pablo Picasso: “I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano.

Igor Stravinskij: “Un buon compositore non imita: ruba.

Talmente vero che la versione di Thomas Stearns Eliot è l’unica con una fonte certa. Le altre affermazioni sono state attribuite senza “garanzia”.

Tre difensori illustri dello stesso concetto. L’assoluzione preferita dagli artisti, che come una benedizione cala dall’alto e monda le coscienze dei peccatori o presunti tali. La verità è che non c’è nulla di cui stupirsi: da sempre innovare vuol dire soprattutto prendere spunto e/o migliorare qualcosa che già esiste (innovazione incrementale). Senza andare troppo indietro nel tempo, all’alba della piccola rivoluzione prodotta da Apple con iPhone, il manager della Nokia Anssi Vanjoki disse ai reporter:

If there is something good in the world then we copy with pride.

Se al mondo c’è qualcosa di buono allora lo copiamo con orgoglio.

Non solo. Fu lo stesso Steve Jobs a dire in un’intervista:

We have always been shameless about stealing great ideas.

Canonical studia per diventare grande. La nuova pagina di presentazione di Ubuntu migliora nell’organizzazione, ispirandosi chiaramente alla struttura del sito Apple. Del resto, se si deve dare una svolta alla comunicazione da qualche parte si dovrà pur cominciare, ed è giusto prendere spunto dai migliori.

Clicca per ingrandire

La pagina si presenta pulita e ben organizzata. Purtroppo le informazioni non sono particolarmente esaustive e manca quel qualcosa in più, una scintilla, che potrebbe evitare l’ennesima riproposizione di una comunicazione asettica.

Perché non segnalare quelle piccole chicche che solo Linux può offrire, come “Raggruppa finestre in schede” (il mio cavallo di battaglia) o come la cartella “Modelli”? E magari cogliere l’occasione per segnalare che i “Desktop Virtuali” sono nati e si sono affermati proprio con Linux?

Insomma, c’è ancora molto da perfezionare, ma le premesse sono più che buone. Nel frattempo mi sto convincendo sempre di più di una cosa: a cominciare dalla versione 8.10 ed alla fine dei prossimi 3 aggiornamenti Ubuntu sarà veramente pronto per il grande pubblico. E non parlo di quell’ “essere pronto” che viene chiamato in causa e frettolosamente sprecato in tutte le recensioni del giorno dopo (l’uscita della nuova versione). Spero di non essere costretto a rivedere le previsioni, al massimo spero di essere smentito dall’anticipato verificarsi degli eventi. ;)


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Weblog di Lorenzo Artifex Cx,
trasvolatore del Web disperso nel Maranhão.

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