Marketing e Open Source #4: Firefox 3, un successo che parte dal marketing, un esempio per il mondo Open Source

L’oggettiva analisi di Thom Holwerda per OSNews e la relativa discussione che ne è scaturita evidenziano il ruolo chiave del marketing nel recente successo di Firefox 3.

Relazioni pubbliche, word of mouth, la sfida del Download Day, l’attestato finale, tutto ha funzionato alla perfezione.

Sottolineo questa analisi pubblicata su Ars Technica:

A big part of Firefox’s success is its spirited grassroots marketing efforts. I discussed this with Mozilla evangelist Asa Dotzler. Mozilla’s strategy of inclusiveness and participatory advancement isn’t confined to just software development. The same principles extend to Mozilla’s publicity projects. The grassroots marketing campaigns give users who lack programming expertise a way to become active participants and contributors. Through the SpreadFirefox portal, those users can become an important part of the Firefox project. Grassroots marketing is also a major win, said Dotzler, because word of mouth is one of the strongest vehicles for directly promoting Firefox adoption.

Risorse correlate:
Marketing e Open Source [IMHO] #3: Imparare senza imitare
Marketing e Open Source [IMHO] #2: Word of Mouth
Marketing e Open Source [IMHO] #1

Idee per promuovere Spoleto sul Web

Il Duomo di Spoleto

Tenendo conto della vocazione turistica di Spoleto, il seguente elenco riassume alcune delle operazioni di ottimizzazione dell’immagine online della città da svolgere con risolutezza e in tempi brevi, in vista del 51° Festival dei Due Mondi previsto per la fine del mese:

Wikipedia > Sostituire la foto nella pagina su Spoleto: di tante incantevoli vedute che la città può offrire, quella è certamente la più antiestetica e insignificante, senza poi contare le due gru da trasporto in evidenza. E poi, perché non valorizzare la mobilità alternativa con una foto come questa?

Wikipedia > Procedere ad una revisione delle informazioni contenute nelle pagine su Spoleto in italiano e nelle principali lingue straniere: la versione in inglese deve essere aggiornata tanto quanto quella in italiano. Alle opere più importanti (antiche e moderne, come il Teodelapio di Calder) si dovrebbe dedicare maggiore spazio e cura. Una sezione a parte potrebbe riassumere opere e citazioni su Spoleto di personaggi illustri quali Goethe, Shelley, Turner, Carducci e così via.

Google Maps / Google Earth > Non sarebbe una cattiva idea mettere a disposizione dei turisti una mappa dei teatri e dei luoghi ove si terranno le rappresentazioni artistiche. E perché no, anche dei parcheggi. A tal proposito un semplice tutorial per Google Maps spiega come “Creare mappe interattive e incorporarle in un sito Web“. [aggiornamento: è disponibile anche il nuovo Google Map Maker]

Google Earth > Procedere ad un riposizionamento delle foto non correttamente collocate sulla mappa. L’operazione può essere svolta direttamente dal sito Panoramio.com (cercare “Spoleto”, cliccare sulle foto erroneamente collocate, cliccare sul link “Luogo errato? Suggerisci una nuova posizione”).

Queste sono le prime cose che mi vengono in mente. Ce ne sarebbero altre, ma i tempi stretti non lo consentono.

Il Web 2.0 non è in grado di auto-alimentarsi economicamente

L’articolo del Financial Times (ripreso da Downloadblog) riconduce ad un tema che l’entusiasmo per l’evoluzione del Web tende ad oscurare: il Web 2.0 non è in grado di generare liquidità a livelli soddisfacenti. Non è stato ancora concepito il giusto metodo per fare cassa in scioltezza e continuità. Le start-up fanno affidamento in modo quasi esclusivo ai venture capitals, e la valutazione economica delle stesse si allontana dalla realtà.

“If you look at some of the valuations, you wonder what fantasy of revenues they’re based on,” said Mitchell Kertzman, a partner at Silicon Valley venture capital firm Hummer Winblad.

Se è vero che la maggior parte delle start-up nasce con un solo obiettivo in mente, ossia creare un nuovo servizio sufficientemente innovativo per il mercato ed aspettare che qualche pesce grosso le acquisisca, è vero anche che non tutte le società la pensano allo stesso modo. Zuckerberg ad esempio continua a difendere la sua creatura (Facebook) dagli attacchi dei possibili acquirenti, forse perché è in attesa della “big one” delle opportunità, o forse perché ha altro in mente. Fatto sta che pur avendo tra le mani uno strumento potente e flessibile, il suo meccanismo pubblicitario stenta a decollare. Anzi, non va proprio. Le cose potrebbero cambiare con l’arrivo dell’anticipato aggiornamento di Facebook e con la riorganizzazione di News Feed (più annessa apertura a servizi esterni) che potrebbe veicolare in modo più efficace la pubblicità. Per il momento però non va.

Insomma, tante ed originali le idee per i servizi, poche e confuse le idee per il ritorno economico. Attualmente le speranze maggiori sono riposte nella creazione degli account Pro, quelli con funzioni extra a pagamento. E’ la strada che è stata scelta da Pownce, ma con quale esito? E’ la strada che è stata annunciata da David Karp per la sua creatura, Tumblr, in una recente intervista a Wallstrip.

Sono dell’opinione che bisognerebbe sempre andarci cauti con la scelta degli account Pro a pagamento perché possono condurre a reazioni diverse: a seconda di come li imposti può cambiare la percezione dell’utente.

Non mancano le eccezioni. La strategia delle estensioni a pagamento sembra funzionare su Wordpress.com. Questo è un punto da non sottovalutare: WordPress.com non ha un account Pro, non crea scomode distinzioni tra utenti di fascia A e utenti di fascia B. Più semplicemente propone delle estensioni a pagamento per quelle funzioni che chi ha un account free utilizza tutti i giorni, rispettando certe limitazioni. E comunque, questa unica fonte di ricavi probabilmente da sola non basta. Lo stesso Mullenweg qualche tempo fa ha ammesso di essere ancora alla ricerca di una brillante idea per la monetizzazione.

Risorse correlate: Matt Mullenweg dice la sua su blog e pubblicità

Il miglior post in assoluto di TechCrunch!

No, sul serio, è geniale. Un post vuoto, senza contenuto, solo il titolo. Tu lo leggi e pensi sia dovuto ad un errore tecnico. Poi realizzi. A quel punto le strade sono due.

O fai il figo e la butti sul filosofico rimuginando di significati nascosti, provocazioni, interpretazioni naïf, messaggi subliminali, e già che ci sei ci sbatti dentro quel poco di Heidegger & Co. che ti resta dai tempi del liceo (così, per sport, sennò che cappero l’hai studiato a fare; nel frattempo il buon Heidegger si rivolta nella tomba e dal suo account su Jaiku fa sapere che non condivide, e che Jaiku è “na cifra mejo de Twitter”. Ebbene sì, anche Heidegger guarda i Cesaroni).

Oppure lo leggi per quello che è: una paracu**ta dalle proporzioni bibliche. Non scrivi nulla, lasci che i commenti vadano da soli, ci sbatti dentro un video sulla stessa linea del post per stuzzicare ancora un po’ le masse. Nel frattempo generi traffico (Blogrunner, Techmeme, ecc.), fai parlare del tuo sito, fai un markettone da Golden Globe a Seesmic (ritira il premio Loic Le Meur, che non se lo fa ripetere due volte, da fuoriclasse delle PR quale oggettivamente è) e fai anche un po’ di cabaret tra i videocommenti di comici involontari ed i siparietti del pupazzo di Loren Feldman (che personalmente adoro).

E Michael è lì, con un titolo, zero righe e 400 commenti. Ora ditemi, come può non essere appagato dalla trovata?

TechCrunch chiama, Twitter risponde!

Conoscenza fai da te: Urban Dictionary

Urban Dictionary è un servizio molto utile per chi non è di madrelingua inglese: è una sorta di dizionario internazionale dello slang urbano, una raccolta di neologismi, espressioni e modi di dire comuni (specialmente tra i giovani) nel mondo anglosassone. Purtroppo, come molti servizi user-generated (sono gli stessi utenti del sito a proporre ed inviare le definzioni), è soggetto ad errori grossolani. La definizione di “tifosi” che appare stamattina in homepage è emblematica. Direi che hanno confuso il concetto di tifoso con quello di “ultras”.

Il servizio prevede il controllo della qualità delle definzioni, ma evidentemente non funziona come dovrebbe: 219 segnalazioni di errore (il pollice verso nell’immagine) non sono bastate ad indicare lo strafalcione ai gestori del sito.

Altra considerazione: è interessante notare come quel fatto spiacevole del lancio in campo di fumogeni e petardi da parte dei tifosi dell’Inter nella semifinale di Champions di qualche anno fa sia ancora impresso nella mente degli spettatori, tanto da gravare tutt’ora sulla reputazione della squadra.

Tornando in tema, c’è una scena della sitcom satirica American Dad che riassume alla perfezione il problema degli user-generated content ed il fatto che, pur nella loro immensa utilità, sono ad alto rischio di errore. Ecco perché bisognerebbe sempre prendere con le pinze le informazioni presenti su Wikipedia e cercare, se opportuno, fonti più autorevoli di conferma.

Steve: Now the world will never know the truth.
Stan: If only there was a place where you could make any outrageous claim you want with absolutely no proof, and millions of people would accept it as fact.
Steve: That’s it!
[cutaway to Steve writing a Wikipedia article on "The Truth About Peanut Butter"]

10 motivi per leggere e apprezzare IHT.com

International Herald Tribune

L’International Herald Tribune è un giornale che apprezzo particolarmente, sia per la qualità e l’oggettività dei suoi articoli, sia per il respiro internazionale che questi hanno. Essendo un po’ la costola europea del New York Times, da quest’ultimo eredita buona parte dei contenuti, pur mantenendo una propria redazione (con sede a Parigi) ed una impostazione personale.

Il giornale in Italia viene distribuito nella versione cartacea, in inglese ovviamente, stampata nei pressi di Bologna. Il prezzo purtroppo non è basso se paragonato ai quotidiani italiani: 2.50 euro, più del doppio. Un difetto non da poco, soprattutto se si considerano le grandi economie di scala prodotte dalla tiratura (un unico giornale venduto in oltre 180 paesi) e dall’impiego di qualche articolo del NYT. Senza poi dimenticare che lo stampano qui dietro l’angolo, e che quindi non ci sono costi di spedizione internazionali da sostenere.

La buona notizia è che il sito web del giornale, IHT.com, non ha nulla da invidiare alla versione cartacea ed anzi offre contenuti aggiuntivi molto interessanti in modo completamente gratuito. Ecco dunque 10 buoni motivi per leggere le notizie dal sito dell’International Herald Tribune:

  1. Ordine e pulizia: la homepage è pulita, semplice, elegante, ben organizzata e con poca pubblicità. Mi dispiace un po’ dirlo, ma è l’esatto opposto delle homepage dei quotidiani italiani, talmente confuse, asimmetriche e piene di pubblicità da rendere estremamente difficile la consultazione;
  2. Internazionale: diciamoci la verità, l’Italia è un paese piccolo, molto piccolo, l’1% della popolazione mondiale. Fatti e avvenimenti sono più o meno sempre gli stessi e le baruffe politiche portano via una grande fetta dell’informazione. Meglio dunque impiegare il tempo che abbiamo in modo più produttivo, saltando gli articoli sulle ultime dichiarazioni di Corona o della Falchi per passare piuttosto a leggere quello che accade nel resto del mondo e in particolare in Europa;
  3. Il lettore è al centro di tutto: non solo i commenti dei lettori agli articoli sono bene accetti, ma vengono anche riassunti e messi in evidenza nell’apposita sezione Reader Discussions. In più, per ogni articolo pubblicato, sono disponibili strumenti come il sintetizzatore vocale per la lettura della notizia, il traduttore, la possibilità di aumentare la dimensione dei caratteri del testo, ed i collegamenti a servizi Web 2.0 come Del.icio.us, Digg e Facebook;
  4. Editoriali ed Approfondimenti: proprio come nella versione cartacea, anche la versione elettronica può contare su Editoriali e Report Speciali;
  5. Connessione con il NYT: l’IHT eredita parte degli articoli (i più interessanti) del più importante giornale americano, il New York Times. Collaborazione che si estende a blog specializzati come BitsThe Opinionator e DealBook;
  6. Blog: ai blog del NYT appena elencati si aggiungono quelli dei giornalisti interni all’IHT, focalizzati su argomenti specifici, come Globespotters per chi ama viaggiare, Business of Green per chi si interessa di clima e ambiente, Raising the Roof per chi compra/vende/affitta case, Formula One per gli appassionati di F1;
  7. Video e Podcast: il sito propone ogni giorno nuovi video su notizie dal mondo, tecnologia, economia, moda e politica. In più dalla sezione AudioNews si accede gratuitamente ai podcast;
  8. Link ad altri giornali: a seconda della sezione non mancano richiami, proposte e suggerimenti ad articoli scritti su altri importanti giornali stranieri come Der Spiegel per la sezione “Europe”;
  9. Grandi firme giornalistiche: nel corso degli anni oltre 117 premi Pulitzer hanno scritto articoli per i giornali del gruppo New York Times Company;
  10. Aperto e gratuito: vi pare poco? :)

Marketing e Open Source [IMHO] #3: Imparare senza imitare

T. S. Eliot: “I poeti immaturi imitano; i poeti maturi rubano.” (Philip Massinger, The Sacred Wood)

Pablo Picasso: “I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano.

Igor Stravinskij: “Un buon compositore non imita: ruba.

Talmente vero che la versione di Thomas Stearns Eliot è l’unica con una fonte certa. Le altre affermazioni sono state attribuite senza “garanzia”.

Tre difensori illustri dello stesso concetto. L’assoluzione preferita dagli artisti, che come una benedizione cala dall’alto e monda le coscienze dei peccatori o presunti tali. La verità è che non c’è nulla di cui stupirsi: da sempre innovare vuol dire soprattutto prendere spunto e/o migliorare qualcosa che già esiste (innovazione incrementale). Senza andare troppo indietro nel tempo, all’alba della piccola rivoluzione prodotta da Apple con iPhone, il manager della Nokia Anssi Vanjoki disse ai reporter:

If there is something good in the world then we copy with pride.

Se al mondo c’è qualcosa di buono allora lo copiamo con orgoglio.

Non solo. Fu lo stesso Steve Jobs a dire in un’intervista:

We have always been shameless about stealing great ideas.

Canonical studia per diventare grande. La nuova pagina di presentazione di Ubuntu migliora nell’organizzazione, ispirandosi chiaramente alla struttura del sito Apple. Del resto, se si deve dare una svolta alla comunicazione da qualche parte si dovrà pur cominciare, ed è giusto prendere spunto dai migliori.

ubuntu-vs-osx

Clicca per ingrandire

La pagina si presenta pulita e ben organizzata. Purtroppo le informazioni non sono particolarmente esaustive e manca quel qualcosa in più, una scintilla, che potrebbe evitare l’ennesima riproposizione di una comunicazione asettica.

Perché non segnalare quelle piccole chicche che solo Linux può offrire, come “Raggruppa finestre in schede” (il mio cavallo di battaglia) o come la cartella “Modelli”? E magari cogliere l’occasione per segnalare che i “Desktop Virtuali” sono nati e si sono affermati proprio con Linux?

Insomma, c’è ancora molto da perfezionare, ma le premesse sono più che buone. Nel frattempo mi sto convincendo sempre di più di una cosa: a cominciare dalla versione 8.10 ed alla fine dei prossimi 3 aggiornamenti Ubuntu sarà veramente pronto per il grande pubblico. E non parlo di quell’ “essere pronto” che viene chiamato in causa e frettolosamente sprecato in tutte le recensioni del giorno dopo (l’uscita della nuova versione). Spero di non essere costretto a rivedere le previsioni, al massimo spero di essere smentito dall’anticipato verificarsi degli eventi. ;)

Il Keynote di Fake Steve Jobs al Web 2.0 Expo

Lo scorso venerdì Daniel Lyons, giornalista di Forbes, è stato il protagonista di uno spassosissimo keynote al Web 2.0 Expo. Venticinque minuti durante i quali ha spiegato com’è nata l’idea del blog Fake Steve Jobs ed ha dato prova di essere un vero mattatore prendendo in giro tutti i protagonisti dell’IT.

Interessante notare come il suo blog sia divenuto una specie di piattaforma per i commenti e le battute dei lettori, come lui stesso la definisce (io parlerei più di “piazza virtuale”). Ciò accade anche grazie al widget PhotoCrank, che permette ai visitatori di aggiungere commenti alle immagini pubblicate nel blog.

Qui sopra trovate il video della parte centrale del keynote, mentre qui potete trovare i primi minuti del discorso. Purtroppo l’inglese di Lyons non è di facile comprensione. Su Cnet è disponibile il riassunto del discorso.

Nota per me #1: aggiornamento WordPress 2.5

Nota per meSssa sssa prova! Uno due tre prova! Sssa! Ok. Data: domenica 6 aprile 2008. Oggetto: aggiornamento della dashboard di WordPress.com alla nuova versione 2.5. Gli utenti non apprezzano ed invocano il ritorno alla precedente versione.

Ricordarsi che: mettere mano ad un servizio Web e stravolgerne il layout non ha senso se si presentano al contempo tutte le seguenti condizioni.

  1. nessuno si è mai lamentato del layout ed anzi tutti lo trovano intuitivo sin dal primo approccio;
  2. lo stravolgimento del layout è fine a sé stesso e non apporta alcuna novità in grado di giustificare il cambiamento;
  3. si ignorano le più semplici regole dell’usabilità andando a duplicare contenuti/collegamenti e a penalizzare il contrasto dei colori;
  4. la scrollbar verticale improvvisamente diventa lo strumento più utilizzato del browser;
  5. si sostituiscono i colori sociali con un anonimo ed impersonale grigio topo;
  6. il font size cambia arbitrariamente prendendo almeno 5 dimensioni diverse all’interno di un’unica pagina;
  7. la stessa operazione di prima ora richiede un maggior numero di click;
  8. la pagina più importante (nella fattispecie Scrivi Articolo) perde in plasmabilità (leggasi Ajax) e guadagna un lungo codazzo verticale;
  9. si chiede il parere degli utenti, ma si ignorano i suggerimenti e le critiche;
  10. la migrazione del servizio è incompleta.

Il miglior Pesce d’Aprile per geek del 2008. Sottotitolo: quando lo scherzo diventa marketing virale

legend-of-zelda-movie-trailer-premiere-fake.jpg

Certo che il Web si è proprio scatenato ieri. La palma del miglior pesce d’aprile va a IGN, che con il trailer della fantomatica trasposizione cinematografica della serie The Legend of Zelda si è spinta ben oltre la semplice burla con un’accuratezza tale da stuzzicare e gettare nello sconforto i fan in tutto il mondo.

Per essere uno scherzo devo dire che è di una qualità esagerata. Ci sono più effetti speciali in questo trailer che in tutti i film italiani usciti nel corso del 2007. Nel complesso è piuttosto realistico, a parte qualche imperfezione e la faccia da merluzzo dell’attore che interpreta Link. Mi chiedo quale sia stato il costo della produzione. Probabilmente, tenendo conto anche del successo, sarebbe più giusto classificarlo con l’etichetta di marketing virale (?).

Update: questo editoriale di IGN spiega l’entità del lavoro dietro al trailer. In breve, è stato commissionato alla Rainfall Films ed ha richiesto 3 mesi di lavoro. Il regista è Sam Balcomb, che si è occupato anche degli effetti speciali con Final Cut Pro sul suo Mac.

Per i profani: IGN è un sito/network dedicato al mondo dei videogiochi, dal 2005 di proprietà del colosso News Corporation, cioè Rupert Murdoch. The Legend of Zelda è una delle più famose e amate saghe videoludiche, prodotta dalla Nintendo ed ideata da Shigeru Miyamoto.

Risorse correlate:

Il Web Browser è una commodity?

browser-frutta.jpg

Più simili sono le offerte tra produttori concorrenti, più i consumatori sono disposti a sostituire i prodotti e le imprese obbligate ad abbassare i prezzi al fine di non deprimere le vendite. Laddove i prodotti rivali sono virtualmente indistinguibili e dunque indifferenziati, il prezzo è l’unica base per la concorrenza. Questa è una definizione di commodity. Il grano, la frutta, il cemento, sono commodity perché sono privi di differenziazione fisica. Tuttavia, anch’essi possono essere differenziati in modo da creare valore per il consumatore.

Per fare un esempio, una banana è una banana. Quando siamo nel reparto frutta di un supermercato non scegliamo la banana in base alla marca, anche perché normalmente c’è un solo tipo di banana. Il più delle volte non ci passa neanche per la testa di scegliere le banane in base al produttore. Oddio, può anche capitare, ecco perché la Chiquita fa pubblicità: per comunicare ai potenziali clienti che le loro banane sono diverse da tutte le altre. E non lo fanno evidenziando caratteristiche fisiche o organolettiche, perché questo sarebbe più difficile. Lo fanno parlando in astratto, spiegando (attraverso la pubblicità) che una bella ragazza che prende il sole sulla spiaggia è una Chiquita, mentre il tizio goffo che fa bodybuilding a pochi metri è una banana comune.

Dunque la differenziazione si estende oltre le caratteristiche fisiche del prodotto/servizio e coinvolge qualsiasi possibile aspetto riguardante l’interazione tra l’impresa e i suoi clienti.

A questo punto la domanda è: il browser è una commodity?

Ovviamente no se si pensa alle funzioni ed alle opzioni che ciascun programma può vantare. Eppure ad un browser fondamentalmente si chiede una cosa solo: navigare. Alla fine dei giochi la cosa importante è che il programma sia sufficientemente leggero da non appesantire il pc, sufficientemente veloce da non provocare l’abbiocco da “attesa del caricamento pagina”, e soprattutto che la visualizzazione delle pagine web sia priva di errori. Il che avvicina in un certo senso il browser alla categoria delle commodities poiché tutti i browser più diffusi sono in grado di svolgere questa funzione in modo soddisfacente.

Le funzioni base sono ormai comuni a tutte le proposte, mentre le funzioni extra da sole non sono in grado di fare la differenza, altrimenti Opera dovrebbe essere il re indiscusso del mercato. Il browser norvegese quanto a funzioni è un punto di riferimento per tutti i competitor: molto spesso le idee partono da qui e si diffondono altrove con notevole ritardo. Speed Dial, gestione avanzata dei cookies, salvataggio delle impostazioni personalizzate per singolo sito, gestione dei segnalibri evoluta, pagine web ridimensionabili a qualsiasi percentuale (immagini incluse), client chat/mail/torrent, mouse gestures, funzione avanti/indietro per i siti multipagina, sincronizzazione, comandi vocali, sintesi vocale dei testi. Il tutto in circa 5MB di installazione ed una invidiabile leggerezza nell’utilizzo (puoi avere anche 20 schede aperte contemporaneamente, ma non noti alcun rallentamento).

Che sia forse il benchmark lo strumento in grado di influenzare le opinioni? O forse è più un gioco per supporter? I fan si scannano a colpi di test, ma la verità è che alla stragrande maggior parte della gente poco interessa se la pagina si carica un nanosecondo più velocemente. L’importante è capire se un browser funziona secondo le aspettative di chi lo utilizza.

Cos’è che fa la differenza allora? Motivi ovviamente diversi per IE, Safari ed Firefox. Per quest’ultimo la comunicazione e l’immagine friendly del mondo Open Source giocano un ruolo importante. Oltre ad essere un ottimo browser (con tanti difetti nella versione 2, ma con una brillante versione 3 in arrivo) è anche oggetto di strategie di comunicazione e marketing accattivanti e non aggressive. La crescita del numero delle estensioni e della qualità delle stesse poi, è più una conseguenza che una causa di tale successo.

Ecco quindi che la comunicazione torna a giocare un ruolo decisivo, riuscendo laddove le funzioni aggiuntive (Opera) e i risultati dei benchmark (Safari) da soli non bastano a convincere gli utenti.

FriendFeed?

FriendFeed è sulla bocca di tutti.

Jaiku offre praticamente lo stesso servizio, Yahoo ha appena prodotto qualcosa del genere mettendo mano al “nuovo” MyBlogLog e magari anche Google sta lavorando sull’incompiuto (fino a questo momento) Google Profile. Facebook poi… va beh, meglio non tornare su quel discorso. Poi ci sono Plaxo, Profilactic, Correlate.us (che merita un punto in più già solo per l’indirizzo fricchettone) ed altri.

Ma solo FriendFeed è sulla bocca di tutti.

Cercasi opinion maker a tradimento. ;)


P.S. Consiglio di anticipare i tempi e di aggregare tutto in un aggregatore di aggregatori come FriendFeedFeed. :P

1 anno di GeekMarketing, grazie a tutti!

Effettivamente lo scorso 9 marzo questo blog ha compiuto 1 anno. Non che sia una ricorrenza indimenticabile, e infatti me ne sono dimenticato. Tuttavia mi fa piacere ricordarlo e scrivere di tutte quelle cose per le quali ne è valsa la pena. Mi sono divertito un mondo in questo primo anno e sono felice di aver conosciuto tanta bella gente, Alesstar, Poluz, Adriano, Mik3, e molti ancora.

Ricordo con piacere le primissime visite di Napolux e Mavero e ricordo lo stupore nello scoprire che qualcuno era passato da queste parti. Non sapevo cosa fosse Technorati e non pensavo che i motori di ricerca fossero così veloci nell’indicizzare i post. Quante cose ho imparato, potrei riempirci una tesi.

Questo blog nei miei intendimenti iniziali era un esperimento e allo stesso tempo una terapia. Un esperimento perché pur non avendo idea di quali fossero i meccanismi della blogosfera, avevo una gran voglia di scoprirli. Una terapia perché era un modo per liberare la mente da troppe idee e pensieri.

Cosa rimpiango? Ho il rimorso di non aver sviluppato il concetto di GeekMarketing come avrei voluto, ma purtroppo per scrivere articoli completi, esaustivi e di qualità c’è bisogno di molto tempo, cosa che non posso permettermi. Quindi l’impegno che ho preso con me stesso è di scrivere i post sì velocemente, ma sfruttando al meglio quei 40 minuti massimo che mi concedo di tanto in tanto. Oddio, non è che sono sempre così indaffarato. A volte mi capita semplicemente di non avere voglia di scrivere o di preferire la first life al blog. E così magari per qualche giorno sparisco. Anche se alla fine sono sempre presente sul Web, leggo i vostri pensieri e lascio qualche commento.

Di quali cose vado orgoglioso? Sono orgoglioso di aver pensato al concetto di “Geek Marketing” prima che un guru come Steve Rubel potesse formularne la sua ricetta su scala mondiale. E sono felice di aver insegnato a Google la definizione “GeekMarketing”.

GeekMarketing ieri e oggi

Ed ora? Questo blog continuerà ad essere quello che è sempre stato, uno svago. Non so per quanto tempo ancora scriverò. Ormai mancano 3 esami alla laurea specialistica e poi chissà. In effetti, spero tra non molto di intraprendere un nuovo cammino. Non mi è mai piaciuto fare le stesse cose per lunghi periodi. Per questo ho più volte cambiato sport durante la mia adolescenza, ho sognato di diventare un programmatore dalla prima volta che ho preso in mano una tastiera fino al cambio di rotta dei 18 anni, ho scelto una specialistica diversa rispetto ad una più naturale prosecuzione del cammino intrapreso nel mondo del Marketing con la laurea triennale.

Che vi devo dire, ci si prova. Ho 24 anni, ma posso dire di averne viste davvero molte, nel bene e nel male. L’importante è non mollare. MAI. Perché non puoi mai sapere cosa accadrà in futuro, solo insistendo lo saprai. Probabilmente rimarresti stupito nello scoprire quante di quelle battaglie che sembravano perse in partenza sono destinate a diventare le vittorie più memorabili. Come dice Michael (Robert De Niro) in uno dei film che più amo, “Il Cacciatore“: “You wanna play games? All right, I’ll play your fucking games”.

Con affetto,

Lore :)

Riguardo alle “10 domande” del Sole 24 Ore

Sono in difficoltà…L’idea del Sole 24 Ore di chiedere ai navigatori di fare delle domande ai candidati premier di per sé è interessante e affascinante. Il risultato purtroppo lascia l’amaro in bocca, nel senso che le questioni fin qui poste dai visitatori sono tutt’altro che stimolanti. Buona parte di queste sono le classiche domande da Cucuzza, quelle ti capita di sentire più o meno tutti i giorni in televisione, con la sola differenza che la probabilità che hai di incontrare per strada un giornalista di Cucuzza è pressoché nulla, mentre sul Web puoi dire la tua quando vuoi. Certe poi sono le altrettanto classiche domande da “orgoglio web“, di quelle facili da comporre, del tipo: prendi una frase qualunque sentita al telegiornale, ci infili dentro due o tre volte le parole “web” o “web 2.0″, qualche riferimento al web sociale, e la critica è pronta. Peccato, mi aspettavo contenuti diversi, più complessi e tecnici, che non necessariamente devono fare richiamo ad argomenti tecnologici.

P.S. Mi aspetto da un momento all’altro una domanda sui giovani. Sì insomma, le solite cose: i giovani in politica, via i vecchi largo ai giovani, eccetera. Che c’entra, pure io sono ggiovane, ma questa idea che bisogna per forza fare spazio ai ggiovani perché solo loro possono migliorare questo paese, la trovo un’emerita vaccata. Questo paese ha bisogno di persone capaci, esperte, di persone giuste al posto giusto, in una parola di tecnici. Se poi hanno 10 anni (evidentemente geni precoci) o 100 anni non mi interessa. Non mi risulta che Churchill, la Thatcher o Mattei fossero dei giovincelli. Eppure con la loro intelligenza e la loro esperienza hanno fatto la storia.

Impressioni su Facebook

He-Man broke Facebook!L’impressione è che l’evoluzione di Facebook non stia procedendo nella giusta direzione, ma solo nella direzione più comoda.

Quello che dovrebbe essere il cuore di un network veramente sociale (informazioni personali, informazioni professionali, connessioni, creazioni, conoscenza) non viene valorizzato a sufficienza. La classificazione dei contatti è ferma ad un livello elementare. Segnali una nota, non succede nulla. Ti iscrivi ad un gruppo, non succede nulla. Se mi iscrivo ad un gruppo è perché sono seriamente interessato ad un argomento. Allora com’è che non mi arriva uno straccio di segnalazione/discussione interessante?

Il cattivo uso che si fa della funzione gruppi è l’emblema di Facebook. Questa funzione è talmente depotenziata e la connessione che crea è talmente debole che le persone ormai si iscrivono a decine e decine di gruppi solo per far vedere che vi partecipano, un po’ come fosse una coccarda da attaccare al petto. Passa qualche giorno e non ti ricordi neanche più di avercela addosso.

E poi, migliaia di app totalmente inutili. Un sistema pubblicitario decontestualizzato (ante Google). Sono troppo concentrati sulla parte futile del servizio, quella che serve giusto a divertire gli orfani di MySpace.

Come diceva Alberto Sordi: “Io so’ io e voi…”

Se non hanno ancora capito cosa sono i blog e qual è la vera essenza del fenomeno, figuriamoci se hanno capito cos’è Twitter. Calendario alla mano, ci vorrà qualche anno¹.

Per un giorno sostituisco l’inutile cinguettio con qualche granello di memoria di uno dei più grandi artisti italiani del novecento. Cinque anni dalla morte, oggi.

frasi-alberto-sordi-twitter.jpg

A chi vuole divertirsi ed emozionarsi consiglio il film “I due nemici“, piccola gemma poco conosciuta della filmografia di Alberto Sordi, una storia bellissima con un grande David Niven (commenti internazionali su IMDB).


¹ Per capire di cosa sto parlando, consultare il blog di Gigi Cogo o fare un giretto per la blogosfera.

Seesmic e la Mappa del Potere della Silicon Valley

mappa-del-potere-seesmic.gif

La saga continua. Ne farei a meno, anche perché la figura del reporter d’assalto della fuffa non mi calza¹. Ma il post appena letto è succulento e non ce la faccio a glissare. Prima però un breve riassunto.

Tutto è cominciato qualche mese fa con l’impressione di un fulmineo ed eccessivo chiacchiericcio attorno al nuovo progetto di Loic Le Meur. Viene lanciato sul mercato Seesmic, servizio a detta di molti geniale e “di rottura”. Peccato solo che prima di loro sulla cima del monte del videoblogging/videomicroblogging abbiano già piazzato la bandierina altre tre o quattro startup. Così ho cominciato a ravanare nella blogosfera e nel feedreader (Google Reader santo subito) a caccia di persone ed esperienze ed ho trovato prima questo post su Pandemia e poi l’esperienza diretta di Luca Filigheddu. Di getto ho detto la mia. Qualche tempo dopo (pochi giorni fa) ho notato questo comportamento anomalo di TechCrunch i quali, probabilmente consapevoli di averla fatta “fuori dalla tazza”, si erano rimangiati il post. Qui c’è il pensiero di Luca a riguardo.

Arriviamo ai giorni nostri² perché oggi si aggiunge un nuovo tassello. Su ZDNet viene pubblicato questo post che analizza la mappa dei contatti del progetto Seesmic. Avete presente la Mappa del Potere di Beppe Grillo? Beh, una roba del genere, solo con una serie di connessioni da fare invidia a Tronchetti Provera.

Non c’è niente di losco, sia ben chiaro. E’ solo l’ennesima prova del fatto che se si vuole diventare qualcuno nel mondo del Web (come in qualunque altro mondo), da quelle parti si deve passare e con quelle persone si deve fare amicizia. Come cantava Cocciante: “Tu sei il mio amico carissimo”. O come dice l’autore dell’articolo: “Con degli amici così, come può fallire Seesmic?“.

In un contesto del genere si schiude un mondo, e rimediare 5 milioni di dollari di finanziamento diventa improvvisamente una “mission possible”. Che cosa ci farai mai con 5 mln di dollari poi, è un’altra questione.

Questi sono esempi diretti di ciò che i docenti di Gestione dell’Innovazione chiamano Capitale Relazionale e Capitale Sociale, che sovente contano più delle idee. Anche perché, casomai fosse sfuggito a qualcuno (nonostante la geremiade), Seesmic è l’ultimo arrivato di un lungo elenco di progetti con caratteristiche simili. Non c’è invenzione né innovazione.

Oh, ripeto, non ce l’ho con Le Meur. Lui ha fatto solamente quello che andava fatto. E visto che “non c’è niente di personale, sono affari”, ha fatto pure bene. Semmai ce l’ho con l’ostracismo che tiene alla larga molte (troppe) buone idee.

Dai su, non posso chiudere il post con l’ennesima critica. Fatemi pensare. Sì, c’è una cosa che i ragazzi di Seesmic sanno fare molto bene. Qualcosa di originale che nessuno sa fare meglio di loro: la promozione. Le Meur nella comunicazione è un grande e questo spassosissimo video di Seesmic vs Twitter ne è la prova.

Un modo originale per evidenziare la differenza tra Seesmic e Twitter e sottolineare implicitamente i pregi del primo. Chapeau.


¹ Non è vero, mi calza a pennello. -.-’
² Sognavo da tempo di dirlo. Dopotutto, sai che excursus, un paio di mesi in totale.

Quale sarà la Next Big Thing di cui parla Scoble?

Giocare con gli hype è rischioso, ci vuole una certa arte. Anche perché il popolo della rete non ha pietà: quando c’è da criticare critica, e quando c’è da prendere per i fondelli, beh, prende per i fondelli.

E infatti dopo l’iniziale “Microsoft researchers make me cry” il sempre-mitico Scoble ha rettificato (Misreading Scoble on Microsoft cry), tanto che sembra quasi che stia parlando di un progetto a metà strada tra una ricerca applicata e uno sviluppo sperimentale.

Se si crea un tale hype, le reazioni potrebbero essere due:

    A) Oh cacchio, che spettacolo! In inglese: wow! (suona familiare)
    B) Ma vaff. E io che mi pensavo chissà cosa!

Il 27 febbraio quale delle due prevarrà sull’altra?¹


¹ Caspita, sembra il trailer di un film.