Cosa hanno in comune GORE-TEX e Facebook? Il Numero di Dunbar

Gore did some counting, and realized that after putting about 150 people in the same building, things at GORE-TEX just did not run smoothly. People couldn’t keep track of each other. Any sense of community was gone.

So Gore made the decision to cap his factories at 150 employees.

“Whenever they needed to expand the company,” Dunbar says, “he would just build a new factory. Sometimes right on the parking lot next door.”

Un interessantissimo articolo del canale radio americano NPR sulla storia del Numero di Dunbar e su come questo limite cognitivo teorico di tipo ancestrale si rifletta su vari aspetti della vita di una persona, Facebook incluso.

via Don’t Believe Facebook; You Only Have 150 Friends : NPR.

L’inerzia di Twitter

Ho sempre avuto l’impressione che Evan Williams fosse bravissimo nel farsi venire idee geniali (Blogger, Odeo, Twitter), ma non altrettanto brillante nel gestirle e farle evolvere.

Twitter è ancora lì, quasi inerte, ancorato all’intuizione originaria del progetto. Nel frattempo Internet si è evoluto, Facebook ha assorbito gradualmente quanto di buono si era visto in Twitter/FriendFeed/etc. e il “Web 2.0″ è stato metabolizzato divenendo semplicemente “Web”.

La cronica mancanza di novità rilevanti ad ogni aggiornamento di Twitter (come quello in corso in questi giorni) non fa che riportarmi ogni volta a quella mia impressione iniziale.

Google stacca la spina a Wave, ma è un arrivederci

Su WebWorkerDaily (GigaOM network) si parla delle esperienze di utilizzo di Google Wave nelle aziende.

L’articolo ed i commenti offrono molti spunti interessanti per quello che per oltre un anno è stato un servizio innovativo, ma acerbo. Quel che è certo però è che, raffinando ed ottimizzando le tecnologie viste in Wave, Google potrebbe avere la giusta occasione per sfondare nel mercato particolarmente remunerativo dei software collaborativi per le aziende attraverso un’evoluzione ancor più interattiva dei servizi già inclusi in Google Apps.

Non a caso, Novell e SAP stanno da tempo sperimentando Google Wave, mentre Google, dal canto suo, annuncia che Wave non sarà più un progetto standalone: lo sviluppo dell’ambiente di prova che conosciamo cesserà e le tecnologie verranno integrate negli altri prodotti dell’azienda.

Tra i commenti all’articolo ce n’è uno che bene rappresenta il potenziale della filosofia alla base di Wave:

I use Wave everyday. I have over 200 active waves and I just started in May, 2010.

I used it to replace my case management software in my law office. Wave had numerous advantages: word searchable, tags, easy to make and quickly customizable templates, and playback.

The biggest thing, however, is that everyone in the office (five of us) all know what the other person is doing — immediately. We don’t duplicate work. We know what needs to be done and we get it done. This doesn’t involve difference in time zones, but twenty feet apart. Yes, it is great when I’m not in the office or in court, but it works equally well when we are all in relatively close proximity.

Risorse correlate: Cos’è Google Wave? Prime idee per una email intelligente

Metabolizzato il Web 2.0, il settore dei videogames torna ad essere terreno di conquista

Finita la corsa all’oro nel campo dei servizi Web 2.0, oggi il terreno di conquista delle piccole startup torna ad essere il settore dei videogames (corsi e ricorsi). Specialmente se c’è di mezzo una componente “social”. Questo grazie alla grande visibilità che piattaforme come Apple iOS+iTunes, Facebook e lo splendido Steam di Valve Corp. sanno offrire. Un trampolino di lancio col turbo.

Se prima si guardava con interesse alle mosse di società come Obvious Corp. (cioè Twitter) Megatechtronium (cioè Pownce) e via dicendo, oggi si guarda a Zynga (le ultime stime sul valore della società riportano cifre a nove zeri), PopCap Games Inc. o agli inglesi di Chillingo e di Introversion Software, giusto per citarne alcuni.

Per non parlare poi dell’inarrestabile ascesa dei francesi di Gameloft, che nei dieci anni di vita dell’azienda sono stati talmente veloci, reattivi e lungimiranti da sfruttare il momento di incertezza dei big diventando così uno dei player principali nel mobile gaming.

Come cambiare opinione su FriendFeed ed evitare di sembrare un “pistola”

Nassim Nicholas Taleb scrive in un suo libro:

Un Cigno nero è un evento che possiede tre caratteristiche. In primo luogo, è un evento isolato, che non rientra nel campo delle normali aspettative, poiché niente nel passato può indicare in modo plausibile la sua possibilità. In secondo luogo, ha un impatto enorme. In terzo luogo, nonostante il suo carattere di evento isolato, la natura umana ci spinge a elaborare a posteriori giustificazioni della sua comparsa, per renderlo spiegabile e prevedibile. Riassumendo le tre caratteristiche: rarità, impatto enorme e prevedibilità retrospettiva (ma non prospettiva).

Una definizione che calza a pennello nel caso dei tanto osannati guru del Web 2.0, che solo oggi (vedi Leo Laporte, giusto per citarne uno) si affrettano a decretare in coro il declino di FriendFeed. A leggere l’ultimo post di chiara matrice logorroico/auto-assolutrice con doppio avvitamento carpiato di Scoble (The Second Life of FriendFeed?) non mi viene che da sorridere e pensare a quanto avesse fottutamente ragione Nassim Nicholas Taleb.

Risorse correlate: Quello che c’è di buono in FriendFeed

Posterous? Meglio semplificare WordPress

Mi aspetto in tempi brevi che il team di sviluppo rilasci novità volte a posterous-izzare WordPress. Il successo di Posterous (relativo come spesso accade perché funziona solo tra geek non giovani) è dettato dalla sua semplicità e dal fatto di rimarcare l’importanza del lifestreaming oggi.

Posterous non ha niente che WordPress non offra già. Il difetto di WordPress è la goffaggine. Parlando di WordPress.com infatti:

  • Il lifestream c’è, ma è lento se si appoggia agli RSS (difatti rispondono con RSS Cloud)
  • Il bookmarklet c’è, ma è macchinoso
  • L’app per iPhone c’è, ma richiede troppi passaggi
  • La pubblicazione via mail c’è e funziona bene, anche per le risposte ai commenti
  • Per embeddare una risorsa esterna (es. un video di YouTube) occorre inserirla tra i tag o copiare il codice
  • Per caricare un file audio/video occorre pagare

Niente di trascendentale. C’è solo da operare di fino per snellire ciò che esiste già.

Presenti, eppure così immobili

Lo stato di salute di certi servizi Web 2.0 andrebbe tastato con un manico di scopa, come quella volta che da ragazzini stavamo pescando sul Trasimeno e con una canna di bambù cercavamo di capire se quella nutria di fronte a noi inabissata da due ore col dorso a pelo d’acqua fosse ancora viva. Ma questa è un’altra storia e Dio solo sa dove può portarmi continuare a parlare di quella giornata. -.-

Risorse correlate:
Stream of Consciousness del lunedì sera

Due parole sulle ultime novità di Facebook

Non posso che essere in sintonia con le decisioni prese dal buon Mark in merito alle novità introdotte su Facebook. Dopotutto, negli ultimi mesi è accaduto esattamente ciò che auspicavo da oltre un anno [Febbraio 2008: "Impressioni su Facebook"; Giugno 2008: "Quello che c’è di buono in FriendFeed"]. L’unica novità che mal digerisco è il funzionamento dell’area Highlights. La sua impostazione va rivista e corretta perché, ora come ora, mostra soltanto un lungo elenco di segnalazioni terribilmente inutili.

Facebook Ugly Highlights

Tra l’amico che è diventato fan della sagra della cotenna e l’amica che si dichiara sostenitrice della tintarella di luna, c’è da temere di rincretinirsi per la proprietà transitiva. Spero in un gesto di pietà: l’inclusione di un’opzione per cancellare gli highlight al volo. Quest’area dovrebbe essere destinata a segnalazioni ben più concrete provenienti da Connect, PagesPhotos e Notes in primis.

Riguardo al menu di sinistra, non sono convinto del fatto che la gente sia così interessata a creare dei gruppi “filtro” per il lifestream. Io, per esempio, preferisco seguire gli aggiornamenti di tutti i miei contatti, altrimenti non li avrei neanche aggiunti. C’è ancora qualcosa da imparare dal “Tutorial FriendFeed” che i programmatori di Facebook stanno evidentemente seguendo. Un accesso più agevole a gruppi e pagine, tanto per cominciare.

In ultimo, darei maggior risalto al bookmarklet per pubblicare note e contenuti vari, molto utile e poco diffuso.

Facebook - Share Bookmarklet

Risorse correlate:
Uno sguardo alle novità in arrivo su Facebook

Facebook Pages, le aziende lo ignorano e fanno male

Facebook Pages

Nonostante la strabiliante crescita di Facebook e l’affermazione del servizio come mezzo di comunicazione di massa di nuova generazione [Cos’è Facebook oggi: comunicazione e social graph], l’utilizzo di tale strumento per la comunicazione tra le organizzazioni e gli utenti/clienti è ancora al minimo del suo potenziale.

Poche sono le organizzazioni (società, enti non profit, gruppi musicali, etc.) che sfruttano Facebook Pages e gli Updates per mandare messaggi ai fan (coloro che volontariamente dichiarano di essere interessati ad un determinato brand/prodotto/servizio/argomento e che per questo si iscrivono alla pagina di riferimento accettando di ricevere comunicazioni da parte del gestore).

Io ad esempio sono iscritto a 12 pagine, tra cui la pagina dei fan di Terry Gilliam, di Clint Eastwood e dei Monty Python. Gli unici update però mi arrivano dai The Ting Tings, da Top Gear e di tanto in tanto da Wired. Poca roba.

Facebook Updates - The Ting Tings

Il gruppo musicale inglese indie The Ting Tings sfrutta intelligentemente l’opportunità per comunicare ai fan le date dei concerti, le apparizioni in tv ed eventuali iniziative. Lo stesso hanno fatto i Kaiser Chiefs al momento dell’uscita del nuovo album (poi però non si sono più fatti vivi).

Insomma, lo strumento è ampiamente sottoutilizzato perché, tra la comunicazione push ed il word-of-mouth (generato dagli utenti e autogenerato da news feed), Facebook offre un canale di comunicazione diretto con clienti e possibili clienti dal potenziale estremamente elevato. In più c’è troppa confusione tra pagine ufficiali e non ufficiali: non è mai abbastanza chiaro chi sia l’effettivo responsabile della pagina alla quale ci si iscrive, se l’organizzazione o un tizio che abita in una roulotte a forma di salsiccia argentata nel deserto del Nevada.

Scoble intervista Matt Mullenweg, chiacchiere e chicche in anteprima

scobleintervistamullenweg

Molto interessante l’intervista di Scoble a Matt Mullenweg per FastCompany. Ancora una volta il fondatore di Automattic dimostra di essere un imprenditore completo e estremamente lucido nei ragionamenti.

Nell’intervista (divisa in due parti) si parla di un po’ di tutto. Ovviamente di WordPress 2.7 (dashboard fluida e personalizzabile, migliore gestione dei commenti, shortcut da tastiera, aggiornamenti semplici, etc.), ma anche d’altro. Ecco gli spunti più interessanti.

  • Cosa vorrebbe implementare nelle prossime versioni di WordPress: commenti evoluti (e qui torna utile IntenseDebate), immagini e fotografie taggate in stile Facebook (per categorizzare non più solo gli articoli, ma anche concetti, scene di vita vissuta, idee, etc. espressi nelle immagini).
  • WordPress è una piattaforma, e in quanto tale è importante curarne tutti gli aspetti: l’intero ecosistema, il core, gli add-on e così via. Microsoft per certi versi rappresenta il più importante esempio di successo nell’approccio alla gestione di una piattaforma i cui punti chiave sono: 1) retrocompatibilità, 2) forte attenzione agli sviluppatori.
  • Come dovrebbe cambiare l’advertising. A tal proposito è Mullenweg che fa una domanda a Scoble: “Quand’è l’ultima volta che hai cliccato su un messaggio pubblicitario?”. E’ passato del tempo è la risposta. Eppure quanti acquisti effettua una persona nell’arco di un anno?

Poi la discussione si sposta su Twitter e Scoble rivela che è in arrivo una nuova funzione molto interessante (non si capisce bene se interna o sviluppata da altri) chiamata People Browser. A quanto pare dovrebbe permettere agli utenti di suddividere i contatti (following) in gruppi in modo da seguire solo i twit provenienti da uno specifico gruppo, col quale sarà anche possibile dialogare. Vi è subito venuto in mente FriendFeed? Anche a me. :P

Facebook Connect pronto al lancio

Mark Zuckerberg aggiunge l’ultimo tassello alla sua idea di mappare il profilo socio-demografico degli utenti e il social graph in particolare [Cos’è Facebook oggi: comunicazione e social graph]. Dopo aver accolto al suo interno servizi Web di terzi [Facebook apre le applicazioni a siti Web esterni], ora è Facebook a seguire l’utente al di fuori dei suoi confini attraverso la definizione di standard proprietari per il login e lo scambio reciproco dei dati con i siti che accetteranno di entrare a far parte del circuito (es. Discovery Channel, Digg, Hulu). Con Facebook Connect la società entra in concorrenza con servizi analoghi offerti da MySpace (Data Availability), Google (Friend Connect) e OpenID.

Una spiegazione più approfondita è disponibile nell’articolo del NYT di ieri: Facebook Aims to Extend Its Reach Across the Web.

“It’s becoming very clear that advertisers don’t know how to advertise on Facebook,” said Charlene Li, an independent consultant and social media analyst. “But if you take a group of Facebook friends and put them on a travel site where they are spending more time and generating more ad dollars in a focused area like travel, that is an opportunity ripe for getting revenues back and sharing it.”

Raccogliere le opinioni degli utenti, due modelli a confronto: WordPress e Ubuntu

Automattic (WordPress) e Canonical (Ubuntu) hanno un differente approccio alla gestione delle opinioni degli utenti.

polldaddyAutomattic ha impostato il percorso di sviluppo della versione 2.7 (in arrivo nei prossimi giorni) sulla base di una serie di sondaggi per mezzo dei quali si chiedeva agli utenti WordPress.com quali fossero le loro preferenze in merito a configurazioni differenti della nuova dashboard, scegliendo tra un lungo elenco di funzioni e combinazioni possibili. Si tratta di vere e proprie indagini con domande a risposta multipla condotte tra gli oltre 4 milioni di utenti del servizio WordPress.com attraverso una “richesta di partecipazione” evidente, ma discreta (push). Quindi se è vero che si è obbligati a scegliere tra un numero relativamente ridotto di alternative proposte (il limite delle multiple choice), è vero anche che proprio grazie alle ripetute richeste di partecipazione ai sondaggi si percepisce un forte interesse dell’azienda a conoscere opinioni ed abitudini degli utenti in merito a ciascuna singola funzione modificata. Lo strumento sondaggio restituisce poi valori percentuali utili a calcolare una statistica delle preferenze degli utenti.

ubuntubrainstormCanonical dal canto suo sfrutta un modello passivo permanente di raccolta delle opinioni degli utenti basato sul sito Ubuntu Brainstorm. Dico passivo perché in questo caso l’azienda non chiede con solerzia e profondo interesse percepito di rispondere ad un certo numero di sondaggi. Al contrario gestisce un sito attraverso il quale raccoglie (pull) le opinioni degli utenti, prevalentemente di coloro sufficientemente automotivati da creare un nuovo account, loggarsi ed inviare un’idea o la richiesta di implementazione di una funzione scrivendo (in inglese) una descrizione esaustiva. E’ chiaro che se da una parte questo modello permette piena libertà di espressione (non vincola la scelta tra una serie di domande a crocetta come nel primo caso), è vero anche che lo spettro degli utenti sufficientemente motivati ad esprimere la propria opinione arrivando in fondo all’iter procedurale si riduce drasticamente rispetto al totale. E’ mia opinione poi che questi strumenti servano in realtà più a sondare l’umore degli utenti che a fornire dati utili all’atto pratico per impostare lo sviluppo di un software verso una certa direzione piuttosto che un’altra. Questo perché i dati in valore assoluto (è il caso di Ubuntu Brainstorm) non sono significativi quanto le rilevazioni statistiche percentuali su ampia base.

Quale dei due modelli sia più adatto allo scopo non è cosa immediata da stabilire, anche perché bisognerebbe essere degli insider per conoscere i veri motivi (ed i risultati) che hanno spinto le due aziende ad adoperarsi diversamente. Inoltre, un modello non esclude l’altro, e proprio perché rappresentano finalità differenti possono essere compatibilmente affiancati tra di loro. Giudicando dall’apparenza direi comunque che il modello Automattic sembra essere più solido ed impegnato, mentre il modello Canonical sembra più di contenimento.

L’articolo dovrebbe finire qui, ma già che ci sono apro una parentesi e colgo l’occasione per elogiare il lavoro degli sviluppatori Automattic che hanno rivoluzionato la dashboard di WordPress 2.7 (in arrivo entro novembre) dando prova di non aver paura del cambiamento e di essere estremamente innovativi e aperti al dialogo. Qualche mese fa li avevo criticati per alcune scelte in merito alla vecchia dashboard, scelte che verranno cancellate con l’arrivo della versione 2.7. Detto tra noi, la nuova dashboard è spettacolare! Il nuovo payoff evidenzia chiaramente quanto detto. WordPress 2.7. This time it’s personal! (video ufficiale di preview).


P.S. Gli utenti WordPress.com come sempre dovrebbero ricevere la novità in leggero anticipo rispetto al resto.

Di quelle 11 compagnie web in crisi secondo CNET…

Un giornalista di CNET puccia il biscotto nel caffellatte del crisis management e pubblica un elenco di 11 servizi Web con un piede nella fossa. Twitter, Meebo, TripIt, Zillow, Pandora, Second Life, Skype, Ask, DailyMotion, Netvibes e MySpace. Perché siano proprio 11 e proprio quelli, non è dato di sapersi. Così, tanto per dire: non sono solo undici compagnie ad essere prive di un modello di business che porti ad un risultato economico positivo perdurevole, sono quasi tutte le iniziative del settore.

Per metà delle società in quell’elenco l’obiettivo principale è di arrivare sani e salvi al giorno in cui un big si farà avanti e lancerà una proposta da non rifiutare, alle condizioni che in quel momento si riterranno adeguate. Per l’altra metà invece si tratta di rinnovarsi e di concepire una seconda intuizione geniale dopo la prima che ha permesso loro di raggiungere il successo, e riguarda proprio l’indipendenza economica. E’ chiaro che il semplice banner pubblicitario non può essere che una soluzione temporanea.¹

Ora resta da vedere se la crisi finanziaria e la mancanza di fiducia sui mercati produrranno nel settore dei servizi Web uno sgonfiamento della bolla sulle valutazioni economiche. In tal caso, che ne sarà dell’offerta che non si può rifiutare?

Risorse esterne correlate: Zuckerberg, Facebook is all about growth.

Mark Zuckerberg: But what every great Internet company has done is to figure out a way to make money that has to match to what they are doing on the site. I don’t think social networks can be monetized in the same way that search did. But on both sites people find information valuable. I’m pretty sure that we will find an analogous business model.

Amen fratello.


¹ Lo sapete ad esempio come la penso su Facebook: il potenziale c’è ed è enorme, anche sul lato economico. Quindi al concorso “trova il nuovo Google, vinci un poke dalla sosia cilena mora di Scarlett Johansson” io ho la giocata fissa: Facebook, King, Soldatino e Dartagnan.

Crisi finanziaria, web, grazie, graziella eee…

…Grazia Graziadei. Su TechCrunch pregano affinché la crisi finanziaria non abbia ripercussioni sul settore dei servizi Web. Lo fanno in modo totalmente disinteressato ovviamente. -.-

Il discorso è sconnesso e generico, ma qualcosa di interessante è stato scritto nei commenti:

What I find incredible is how AWS [Amazon Web Services, ndLore] and Google App Engine are such disruptive forces in this regard. Outsourcing the hardware and infrastructure, and turning it into a commodity means that capital can be more focused on strategy and development.

Risorse correlate: Il Web 2.0 non è in grado di auto-alimentarsi economicamente

Facebook Photos vs Resto del Mondo

Impressionante la crescita di Facebook Photos (dati comScore).

By adding new ways to discover public photos, Picasa is taking on Flickr, Photobucket, and Facebook Photos in a more direct way. Globally, Picasa passed Photobucket in July with 48 million visitors compared to Photobucket’s 43 million, according to comScore. It still trails Facebook Photos (97 million unique visitors) and Flickr (63 million). In the U.S., it is much further behind, with only 8.3 million monthly visitors, compared to 18.3 million for Flickr, 23.5 million for Photobucket, and 25.4 million fopr Facebook Photos.

Google’s Picasa Moves Onto Flickr’s Turf: Adds Ways To Explore Interesting Public Photos

ZunePhone in arrivo? Non con quel nome

Si torna a parlare (ancora?) di Zune e c’è chi avanza l’ipotesi di uno ZunePhone. Non credo che alla Microsoft abbiano intenzione di tirarsi dietro un marchio che è sinonimo di fiasco, che alla voce “asset intangibili” neanche appare e che, sotto sotto, porta pure sfiga (chi in passato ha provato a caricare l’intera discografia di Marco Masini nel dispositivo giura di aver assistito per un istante a fenomeni paranormali di natura non ben definita; dicono anche che c’era un monolito nero e un drappello di puffi che cantava tutto attorno: “Puffiamo noi laggiù, i funghi buffi assai, puffarli tu potrai, vicino al fiume blu. Lalallallalalà lalallallalalà lalallallalalà lalallallalalà”).

Però l’idea dell’xPhone non è male. Il mercato dei lettori Mp3 oramai avrà raggiunto la sua maturità, gli iPod non sono neanche più cool. iPhone è cool, e saranno cool quei prodotti tecnologici che sapranno fornire una gestione appagante delle proprie attività sul Web. Dite quello che volete, ma come testa di ponte per il web iPhone non ha rivali. Se non lo si contrasta in tempi brevi, l’affermazione della piattaforma iPhone come standard di riferimento per l’ecosistema terminale mobile<=>{Web} sarà effettiva, e non autoproclamata come è al momento.

Io farei così: prenderei il Sidekick [Microsoft compra il produttore del Sidekick], lo renderei un po’ più gradevole ed elegante, ne farei almeno un paio di varianti con caratteristiche necessariamente diverse (consumer e enterprise, si presta perfettamente ad ogni interpretazione) e comincerei a lavorare sulla UI (che attualmente poggia su Windows CE) e soprattutto sulla creazione di una piattaforma aperta (open source è chiedere troppo? allora facciamo API pubbliche e strumenti di sviluppo gratuiti), con una spiccata propensione al Web ed un cordone ombelicale diretto su Xbox Live e la galassia Live.

E Zune? Al massimo lo usi come marchio per il servizio di download musicale, che è un po’ la stessa fine che Nokia ha fatto fare al suo N-Gage. Dico “al massimo”, ad essere buoni.


P.S. Cavolo però, non si può arrivare per secondi su tutto. -_-’

Cos’è Facebook oggi: comunicazione e social graph

A questo indirizzo gentilmente offerto dalla copia cache di Google è possibile rivedere il video del keynote di Mark Zuckerberg all’F8 del 23 luglio. Rispetto all’edizione precedente l’ars dicendi non è migliorata (apertura e chiusura del keynote sono imbarazzanti), ma non è questo ciò che conta. Ciò che importa è il contenuto: l’evoluzione di Facebook da semplice social network a mezzo di comunicazione&collegamento totale.

Qualche anno fa abbiamo sentito nominare per la prima volta il termine social network applicato al Web e da allora abbiamo imparato ad utilizzarlo indistintamente in qualunque occasione: Flickr è un social network, MySpace è un social network, aNobii è un social network, Pinco Pallino è un social network (lo sarà a breve, sono già pronti i capitali e il nome, PincoPallinr). Per una strana proprietà transitiva che si presume possa funzionare a prescindere, anche Facebook viene etichettato sbrigativamente come social network, sbattuto nel minestrone e trattato alla stregua degli altri, con il seguente risultato: appiattimento dell’esperienza di utilizzo, raffica di richieste da parte di contatti semisconosciuti e sindrome del guerriero di Hokuto: hai 10 secondi per dimostrarmi di cosa sei capace, dopodiché sarai morto. La breve storia d’amore si conclude con la frase emblematica: “Non ho ancora capito a cosa serve”.

Non si può capire Facebook se non sono chiari due punti fondamentali.

Il primo: Facebook è comunicazione, la declinazione di ciò che in partenza era un social network in un mezzo di comunicazione totale. Non si tratta di uploadare una foto, commentare un libro o ascoltare una canzone: si tratta di comunicare. Sul cammino che ha portato alla nascita della mail, della chat, del forum, Facebook propone la sua idea di evoluzione. Non è detto che il business model ideato da Zuckerberg sia quello vincente, per quanto ne so potrebbe fallire con la stessa rapidità con la quale si è affermato (e non sarebbe il primo). Dobbiamo però renderci conto che l’idea alla base di Facebook sta creando il solco nel quale l’evoluzione della comunicazione si sta incanalando. Caricare una foto e taggarla non vuol dire fare concorrenza a Flickr, vuol dire comunicare agli amici e agli amici degli amici chi era con noi il giorno X alla cena Y nel ristorante Z. Qui sta la forza della comunicazione: attraverso News Feed la notizia si propaga fino a raggiungere utenti a noi sconosciuti connessi alle persone taggate nella foto.

Social Graph: real people with real connections spreading informations through a massive network (massive distribution).

L’altro fattore importante è a chi si trasmette questo contenuto, il destinatario di quella manciata di bit di informazioni. Come ho già detto in passato, lo scopo di Facebook è gestire il social graph, la rete di conoscenze della vita reale: amici, colleghi, parenti. Questo passaggio a molti sfugge: Facebook non è nato a fini di scoperta e di certo non è nato per fare amicizia con nuove persone. L’obiettivo è mantenere e gestire il collegamento con chi già conosciamo e sentiamo spesso via telefono/cellulare/mail/skype, offrendo un’opportunità in più di contatto. L’utilità di Facebook dunque è direttamente proporzionale al numero di soggetti facenti parte del nostro social graph connessi a noi tramite il servizio.

Share and spread information exponentially through the social graph.

A chi mi chiede di Facebook manifestando dubbi nell’utilizzo rispondo sempre con una domanda: “Di tutti i contatti che hai accettato su Facebook, quanti fanno parte del tuo social graph? Di che percentuale sul totale, ad esempio dei contatti memorizzati nella rubrica del tuo cellulare, stiamo parlando? E di questi, quanti sono gli utenti attivi che accedono al profilo almeno una volta al giorno?”. Solitamente le proporzioni sono molto basse. Se l’esternalità di rete personale è debole, non c’è vantaggio nell’utilizzare il servizio.

Paradossalmente, coloro che cadono al di fuori della categoria degli early adopter e che ignorano il significato della parola Web 2.0 sono gli stessi che comprendono Facebook più velocemente e ne fanno un uso corretto. Molti degli amici e dei conoscenti con i quali ho avuto a che fare negli ultimi anni di università fanno ampio uso di Facebook. Al contempo, ignorano l’esistenza dei vari TwitterJaikuPlurkFriendFeedDopplr&Co. Magari ne hanno sentito parlare, ma se ne fregano serenamente. Forse è proprio questa visione semplificata e non atomizzata tra decine di servizi che permette loro di focalizzarsi concretamente su Facebook e di sfruttarlo con efficacia.

Risorse esterne correlate:
Facebook, consigli per l’uso (produttivo)
Facebook /3, Doomed
Facebook si ripensa