Starbucks e l’economia del cappuccino (nascosto)

Un articolo su Slate (Washington Post) parla dell’apparente paradosso dello “small cappuccino” da 8 oz (circa 24 cl), che fa parte dell’offerta di Starbucks, ma che non appare nei menu della catena americana. La scelta è chiaramente quella di orientare i consumatori verso il cappuccino “tall” da 12 oz (circa 35 cl), che garantisce margini più alti a fronte però di una resa inferiore in termini di rapporto caffè/latte (in pratica, un caffellatte).

A 20-ounce cappuccino is an oxymoron. Having sampled the short cappuccino in a number of Starbucks across the world, I can confirm that it is a better drink than the buckets of warm milk—topped with a veneer of froth—that the coffee chain advertises on its menus.

via The mystery of the “short” cappuccino. – Slate Magazine.

5 motivi per cui i videogame sono una vera palestra per la mente

BBC News – Video games “can improve vision”

Researchers found playing the games improved the ability to notice even very small changes in shades of grey against a uniform background.

U.S. Navy – Video Games Improve Brains, “Fluid Intelligence”

We have discovered that video game players perform 10 to 20 percent higher in terms of perceptual and cognitive ability than normal people that are non-game players.

MSNBC – “Grand Theft Auto” may improve decision-making skills

Now scientists find action gamers apparently are better at making quick and accurate decisions, ones based on details they extract from their surroundings.

East Carolina University – ECU study shows casual video games relieve stress

These exciting results confirm anecdotal evidence that people are playing casual video games to improve their mood and decrease their stress, and herald casual games’ potential in health promotion, disease prevention, and treatment of stress- and mood-related disorders.

The Boston Globe – How video games are good for the brain

Fast-paced, action-packed video games have been shown, in separate studies, to boost visual acuity, spatial perception, and the ability to pick out objects in a scene. Complex, strategy-based games can improve other cognitive skills, including working memory and reasoning.

Il supermercato virtuale di Tesco sui vetri della metropolitana di Seoul

Semplicemente geniale l’idea di Tesco in Korea. Sfruttare i tempi (morti) di attesa della metropolitana permettendo ai potenziali clienti, che non possono o non vogliono passare in un punto vendita, di acquistare i prodotti virtualmente catturando i codici QR col cellulare, per poi ricevere tutto a casa all’orario desiderato.

Se il consumatore non va al supermercato, il supermercato va dal consumatore.

Tesco: Homeplus Subway Virtual Store (Movie) – YouTube.

Fenomeni di successo a confronto: Forever 21 e UNIQLO

Qualche mese fa Business Week ha dedicato la prima pagina del sito all’ascesa di Forever 21, nota catena californiana specializzata nell’abbigliamento a basso costo.

A mio modo di vedere, uno dei fenomeni più interessanti nel panorama internazionale dell’abbigliamento cheap & chic insieme ad un’altra catena in grande ascesa: UNIQLO.

Mentre però Forever 21 fa del “fast and damn cheap” la sua arma principale, con un approccio al business non privo di coni d’ombra, UNIQLO punta sul casual minimal di sorprendente qualità sorretto da un’organizzazione in pieno stile giapponese.

Forever 21′s Fast (and Loose) Fashion Empire – BusinessWeek.

How Did Uniqlo Become the Hottest Retailer in New York? — New York Magazine.

I sottopassaggi di Bologna

Stamane mentre giravo per Bologna e cercavo di pensare a tutto fuorché ai negozi (devo cominciare seriamente a risparmiare per i prossimi viaggi), ho cominciato a riflettere sui tanti sottopassaggi presenti in centro, quasi sempre chiusi. Non so quando è stata l’ultima volta che ho preso la sottovia all’incrocio di Piazza Nettuno. Ricordo solo che c’è molto spazio a disposizione laggiù.

In superficie, decine di persone in attesa (più o meno) ad ogni angolo che scatti il verde per poter attraversare la strada. Sotto, uno spazio lercio e inutilizzato.

Mi piacerebbe sapere cosa impedisce al comune di sfruttare questi sottopassaggi adeguatamente. Visto che sono lì da decenni, perché non impiegarli per far defluire il flusso di pedoni fermi all’incrocio? E soprattutto: perché non sfruttare questi sottopassaggi e questo flusso di pedoni in costante transito per affittare a commercianti ed enti questi spazi vuoti, dando loro la possibilità di aprire piccoli negozi, temporary shop, edicole o una qualunque attività che possa generare introiti e finanziare la manutenzione?

Quanto costa l’ombra?

Il nuovo listino prezzi dei biglietti del Sun Life Stadium per andare a vedere una partita dei Miami Dolphins attribuisce un costo aggiuntivo pari a 5$ a quei posti all’ombra dove il caldo torrido della Florida si fa sentire di meno, e magari dove il gelato-kingsize-10gusti-sugarfree-lowfat non evapora.

So as part of the first increase in Dolphins ticket prices in three years, there will be a higher cost for shade.

Fans sitting on the shady side of Sun Life will pay about $5 more per ticket per game than fans roasting in the sun on the opposite side.

When the Dolphins open the home season in early September, fans in the usually shady south-side seats will enjoy temperatures up to 15 degrees cooler at the typical 1 p.m. kickoff, said Andy Tingler, a National Weather Service meteorologist.

via For $5 more, Miami Dolphins fans can have it made in the shade – MiamiHerald.com.

Note dal Viaggio a Hong Kong #2: la metropolitana e lo shopping

Da appassionato di metropolitane e servizi pubblici la prima cosa che ho apprezzato è stata l’organizzazione e l’economicità del sistema di trasporto pubblico di Hong Kong: metropolitana, autobus, minibus, tram, battelli, Peak tram, etc.

L’MTR (la metropolitana) è efficiente e di una pulizia estrema. Tutto è lindo e lucido, non c’è nulla per terra perché nessuno butta nulla per terra. I convogli passano ogni 2/3 minuti e le linee di scambio per altre destinazioni sono poste una di fronte all’altra, in modo tale che, se si deve scendere per prendere la coincidenza, basta camminare 20 metri e prendere il convoglio che ferma di fronte. Il pericolo di cadere o di essere spinti sui binari è scongiurato dalle porte trasparenti a scorrimento che si sviluppano sull’intera lunghezza del binario e che si aprono in linea ed in contemporanea a quelle del convoglio.

Riguardo alla pulizia, la prima foto allegata parla da sola. Direste che si tratta di una scala mobile dove transitano decine di migliaia di persone al giorno?

Si accede al servizio con il biglietto o con la Octopus Card, una carta ricaricabile che va sfiorata in ingresso e in uscita sui sensori posti ai cancelli. Con questa è possibile pagare su qualunque mezzo pubblico di trasporto ed è possibile perfino effettuare degli acquisti presso i negozi ed i distributori predisposti con la lettura a sfioramento della carta. Inutile dire che pagare con la Octopus è decisamente più comodo e veloce che pagare con la carta di credito.

L’abilità nel commercio tipicamente cinese non poteva che tradursi in un’opportunità in più per creare degli spazi commerciali complementari al servizio di trasporto pubblico. Le stazioni ed i sottopassaggi della metropolitana sono a tutti gli effetti dei centri commerciali, con negozi, piccoli supermercati, bar, distributori automatici e una marea di ATM/sportelli per il prelievo o il deposito di contanti.

Molto spesso i sottopassaggi e le stazioni della metropolitana si sviluppano letteralmente all’interno dei centri commerciali, al piano seminterrato della classica mall da 14 piani di negozi e ristoranti. Questo vuol dire che per prendere la metropolitana si passa per i corridoi del centro commerciale. C’è di più: a volte si passa dentro il negozio! Per fare un esempio, è come dire che per arrivare al binario della metropolitana devi passare dentro ad un H&M. Geniale, se vivi in un paese di persone irreprensibili come HK.

Sì insomma, un altro mondo, tanto nella pulizia quanto nel rispetto dei luoghi e dei servizi pubblici.

Risorse correlate: Note dal Viaggio a Hong Kong #1

Tre servizi che il prossimo iPhone dovrebbe avere per stimolare il mercato

Parola d’ordine: “a sfioramento”. Nonostante queste 3 idee siano in giro da anni, nessuna azienda sembra realmente impegnata ad adottarle su larga scala prima degli altri. Di conseguenza, visto che stiamo perdendo tempo, spero che ancora una volta sia Apple a stimolare il mercato.

1) Pagamenti a sfioramento: avvicini l’iPhone ad una macchinetta per le bibite, per i biglietti della metropolitana, per il parcheggio, per ogni sorta di micropagamento, e in automatico ti scala il credito. Come Mastercard PayPass, meglio di Mastercard PayPass.

2) Scambio biglietti da visita digitali: avvicini due iPhone, lanci l’applicazione, si avvia in automatico il bluetooth e parte lo scambio delle informazioni: dati personali, immagini, book progetti, listino prezzi, etc. Come Bump, meglio di Bump.

3) Lettura QR tag (o qualcosa di meglio): avvicini l’iPhone ad una locandina e la lettura del tag ti rimanda alle informazioni ad esso connesse.

Voi direte: ok perfetto, così oltre ad avere a che fare con Apple come distributore di musica, film e quant’altro, ce la ritroveremo anche come intermediario per i pagamenti. Effettivamente la cosa è inquietante. L’ideale sarebbe arrivare ad un accordo tra grandi aziende per la creazione di uno standard comune non legato ad un singolo attore.

Il problema però è che nessuno accenna a compiere questo passo. Sono tutti lì che pensano a come rendere il prossimo modello di cellulare uguale al precedente, ma più bello (per i fashion addict) o più potente (per chi ancora pensa che avere il processore più performante, retaggio dell’era Pentium, sia la cosa più importante). Le idee buone sono ancora tutte ferme a livello di prototipo.

Regali non convenzionali sotto l’albero

Il bello di Internet sotto Natale. Infinite possibilità di scelta, anche non convenzionali (indie), per i regali.

Rocky vs Apollo Painting (riproduzione fedele fatta a mano su tela dell’originale di Leroy Neiman). [via Cineblog]

Moleskine Holder. [via Moleskinerie]

Fabric Moleskine’s notebook cover. [via Memi The Rainbow]

Da consigliare un giro nel sito Etsy:

What is Etsy? Our mission is to enable people to make a living making things, and to reconnect makers with buyers. Our vision is to build a new economy and present a better choice: Buy, Sell, and Live Handmade.

Il Web col telefonino intorno

A parte il peso, a parte le dimensioni, a parte il design, a parte il fatto che non gira video, a parte la barra superiore in stile GNOME che annoia (quella che già ho basta ed avanza), a parte l’assenza del jack audio, a parte Pac-Man, sono molto interessato al Googlefonino. Non ho fretta, quindi nel frattempo mi guardo attorno con circospezione (cit.) e resto in attesa di slumarlo con un design meno stitico (facciamo così?).

P.S. Ancora in tempo per contrastare l’autoproclamata piattaforma di riferimento iPhone/iPod Touch, l’unica fino ad oggi in grado di convogliare comodamente i servizi Web nel palmo di una mano.

P.P.S. Già, sono curioso di vedere quale peso e considerazione Android conquisterà tra le società di servizi Web e in che misura queste si impegneranno nello sviluppo di applicazioni ufficiali come già accade per il Melafonino.

Il notebook fuori dalle scatole

Il box distribuzione ai punti vendita Wal-Mart; a destra la confezione per i clienti

Brillante scelta di HP, il classico uovo di Colombo. Eliminare il voluminoso/inutile packaging in cartone e vendere il notebook confezionandolo direttamente nella borsa da spalla (recycled material messenger bag) adeguatamente protetta.

Il volume della confezione cala drasticamente e la logistica si alleggerisce del 65% (in combinazione con altre migliorie). Si elimina un fattore causa di sprechi e complicazioni che non crea valore per il cliente e lo si sostituisce con una confezione polivalente che riduce gli ingombri, migliora l’esperienza d’acquisto (la rende più raffinata e “stilosa”), crea valore aggiunto per il cliente, e magari porta con sé un vantaggio in termini di premium price (tradotto: non è detto che il risparmio si trasmetta al cliente finale). Sicuramente in fase di programmazione e budgeting avranno fatto bene i loro conti.

[via Gizmodo]

La gestione degli amici in outsourcing: dal cellulare a Internet

Questo grafico riporta la mia spesa bimestrale per il cellulare da 3 anni a questa parte. I picchi sono provocati dalle spese extra in chiamate e sms in prossimità di Natale+Capodanno degli ultimi 3 anni. La cosa che si nota è che il trend stabile dei precedenti anni viene improvvisamente scosso dall’evento contrassegnato dal puntino rosso. Quel punto rappresenta il bimestre a partire dal quale ho potuto contare per la prima volta su una connessione ADSL flat 24/24h. Da quel giorno in poi la mia spesa per il cellulare si è progressivamente ridotta, fino al record minimo del bimestre scorso. Cos’è successo?

E’ successo che ho gradualmente trasferito la gestione dei contatti, delle chiacchiere, degli appuntamenti e degli incontri con gli amici dal cellulare ad Internet. Ci contattiamo quasi esclusivamente via mail, Messenger, Skype e Facebook, con tutti i vantaggi del caso. Internet ormai è nelle case di chiunque (almeno tra i miei conoscenti) e sta lentamente, ma gradualmente spazzando via le vecchie abitudini.

Proprio ieri leggevo sul Sole 24 Ore un’indagine dell’istituto di ricerca e analisi di mercato Nextplora sulla diffusione dei programmi di Instant Messaging (Messenger, Skype, etc.) secondo la quale nella fascia dei giovani tra i 16 ed i 24 anni l’80% dei ragazzi ed il 78% delle ragazze fa uso quotidiano di questi programmi per comunicare. Gli orari di punta sono: 9:00-12:00, 15:00-18:00 e 20:30-22:30 (altro segnale della scarsa attenzione dei giovani alla televisione). Sul totale degli intervistati il 27% dichiara di usare meno il cellulare. Il 65% si collega più volte nell’arco della giornata, molti di questi sono quasi sempre reperibili via Internet.

Se non siete sufficientemente sorpresi da questi dati dovete pensare anche alla difficoltà che incontra certa gente nell’abbandonare il cellulare o nell’ammettere di usarlo meno, considerando che in Italia come in nessun altro paese viene ancora percepito come uno status symbol. A questo si potrebbe aggiungere che i giovani italiani (se si esclude MySpace) sono ancora relativamente poco interessati a quei servizi per la comunicazione innovativi e prettamente social nati nell’era del Web 2.0. Quindi i margini di crescita non sono trascurabili.

Dal canto mio posso dire che questo pseudo-outsourcing dei miei contatti ha avuto un notevole successo ed il portafoglio sentitamente ringrazia. Il prossimo obiettivo sarà ridurre ulteriormente la spesa per il GSM, chissà, magari con un cellulare wi-fi che al momento non ho. ;)

Paperblanks, concorrente da non sottovalutare per Moleskine

Fino ad ora i più diretti concorrenti di Moleskine si erano limitati a ricalcare i motivi del successo dei taccuini italiani. Paperblanks propone finalmente qualcosa di nuovo: una serie di agende e taccuini dalla copertina particolarmente rifinita in un lungo elenco di varianti, con motivi ispirati ad antichi libri, gioielli e tessuti. Il prezzo è mediamente più alto di qualche euro, ma l’appeal è senza dubbio forte. Nelle librerie Feltrinelli un apposito espositore ne evidenzia il profilo medio-alto. C’è chi sostiene che la qualità della carta non sia eccezionale, ma si sa, gli appassionati sono sempre molto esigenti. Da tenere d’occhio.

Il fenomeno dei Cent Shop: caratteristiche di un successo

la catena di Cent Shop più conosciuta in ItaliaNon so dalle vostre parti, ma qui a Bologna i Cent Shop stanno riscuotendo un successo incredibile. Questa nuova (per noi) generazione di negozi di oggettistica popola la città e sopravvive laddove altre iniziative dei liberi commercianti falliscono. Per chi non li conosce, si tratta di piccoli negozi dove tutto, ma proprio tutto, costa 1 euro. Non troverete mai un’etichetta col prezzo attaccata alla merce sugli scaffali perché ogni singolo pezzo esposto costa 1 euro. Una sorta di discount per l’oggettistica dove è possibile trovare di tutto: dalle tazzine per il caffè alle catene per le biciclette, dalla cancelleria ai vasi per il giardino, dai prodotti per l’igiene agli attrezzi per il bricolage. L’idea funziona, tanto che sempre più spesso mi capita di vedere per strada cartelli di segnalazione di un nuovo punto vendita.

Il primo negozio di questo genere che ho notato appena messo piede a Bologna è stato quello vicino alle due torri: piccolino, ma ben fornito. Da allora, in un vortice di entusiasmo tendente al comportamento ossessivo-compulsivo, sono sempre rimasto un abituale cliente di questi piccoli negozi (il mio preferito è quello in Via delle Moline).

L’altro giorno mentre ero in autobus, partendo dalla soddisfazione dell’ultimo acquisto (due tazze – mug – in stile tavola calda americana), ho cominciato a pensare alle caratteristiche principali di tali negozi, e ne è uscito fuori questo piccolo elenco:

  1. Il fattore più scontato: il 90% dell’oggettistica proposta in tali catene di negozi è “Made in China” o “Made in P.R.C.” (People’s Republic of China, che è la stessa cosa). Questo vuol dire bassissimi costi di produzione e dunque la possibilità di vendere ad 1 euro cose fino a poco tempo fa impensabili (torce, fasce muscolari, penne stilografiche, piccoli impianti per l’irrigazione del giardino, ecc.). Per i prodotti per la cura della persona invece la percentuale di prodotti “Made in Italy” è decisamente prevalente (per fortuna);
  2. Prodotti fuori moda/commercio: non di rado tra gli articoli di cancelleria è possibile trovare pezzi come quaderni ad anelli con la copertina che richiama vecchi programmi televisivi o competizioni agonistiche. Questo vuol dire che la merce fuori moda per i normali negozi convoglia nei Cent Shop, dove viene letteralmente “svenduta” (non si tratta di prodotti cinesi, ma italiani). Ricordo che ai tempi del liceo i quaderni ad anelli costavano come minimo 5-6.000 lire, e sto parlando di un periodo antecedente all’aumento dei prezzi dovuto all’euro. Se a questo aggiungiamo anche la naturale inflazione di tutti questi anni, la convenienza economica di un tale acquisto risulta ancor più sorprendente. Stessa cosa per le penne stilografiche che ho notato in un Cent Shop: probabilmente si tratta di rimanenze provenienti dalle tipiche uscite a fascicoli per collezionisti che ogni anno vengono proposte in edicola;
  3. Il prezzo talvolta inganna. Nello scoprire le tante proposte allettanti e convenienti di un Cent Shop, non si fa caso ad una cosa: determinate tipologie di prodotto vengono vendute paradossalmente ad un prezzo superiore rispetto a quello che normalmente viene applicato nei classici supermercati. Penso alle gomme per cancellare ad esempio, alle matite, ai quaderni: 1 euro è pur sempre un buon prezzo, ma non è raro trovare al supermercato la stessa gomma o la stessa matita (magari in confezioni multiple) a prezzi per il singolo pezzo più bassi. La mente in questo caso inganna: la stessa convenienza che troviamo nel comprare determinati prodotti automaticamente viene associata a tutti gli altri prodotti disponibili in negozio. L’acquisto compulsivo fa si che le persone si concentrino più sul prodotto bello/non bello che sulla comparazione del prezzo con altri negozi e discount;
  4. Il proprietario del negozio deve saperci fare: non basta aprire un Cent Shop per avere successo. Bisogna avere le giuste conoscenze e i giusti contatti (ed in questo le catene in affiliazione commerciale, o franchising, sono ovviamente avvantaggiate) per avere merce sempre nuova e originale. Il proprietario di un Cent Shop una volta mi ha raccontato che la merce gli arriva tutti i venerdì, e più o meno una volta al mese riesce a raggiungere un buon ricambio dei prodotti venduti. Per i prodotti che vanno a ruba, chi ha i contatti con i giusti fornitori è in grado di aggiudicarsi i restanti quantitativi di merce. Gli altri restano esclusi;
  5. Tutto ciò conduce ad un comportamento singolare: nel momento in cui si mette piede nel negozio, ci si dimentica del problema del prezzo. In tempi di “magra” come questi, riuscire a trovare un negozio dove il prezzo non è un problema sembra quasi un sogno, un’oasi nel deserto. Salvo poi realizzare col senno del poi (solitamente accade poco dopo essere usciti dal negozio) che quelle dieci cose acquistate costano sì pochissimo, ma tutte assieme fanno comunque 10 euro, 20 mila lire circa del vecchio conio. Per molti di noi una cifra non esattamente trascurabile. E qualcuno comincia a pensare: “Ma che l’ho presa a fare la torcia a forma di maialino?”. Oppure: “Ho preso un’altra tazza, anche se forse ne ho già fin troppe”;
  6. Nonostante gli effetti collaterali suddetti, questo genere di negozi fa bene. Fa bene ai clienti, che hanno modo di divertirsi a rovistare tra i cesti della merce, e risparmiare. Fa bene ai turisti ed ai visitatori, che hanno modo di portare a casa piccoli souvenir senza spendere un capitale. Fa bene ai proprietari dei negozi (se ci sanno fare, come dicevo), perché i clienti affluiscono con costanza e le casse non conoscono sosta.

La Lonely Planet c’è! Guida agnostica alle guide turistiche

lonely-planet-nyc.jpg

La guida c’è, il passaporto pure. Quello che manca sono 10 giorni di fila completamente liberi per partire, preferibilmente in primavera o in autunno. Anche da solo.

Ottima iniziativa quella di Repubblica che permette di acquistare le Lonely Planet a 9,90 € al posto dei 18 €, prezzo pieno applicato in libreria. Ne ho approfittato con mucho gusto sia per NYC che per Londra.

Girando per il Web a caccia di informazioni e pareri sulle Lonely Planet ho scoperto che c’è un vero e proprio culto pagano per le guide turistiche. Naturalmente non mancano confronti e flame. C’è chi le vorrebbe aggiornate all’altro ieri, chi impreca contro gli autori perché il gelataio Pincopalla segnalato in via Vattelapesca ora è un sexyshop, e poi c’è chi, seguendo la guida alla lettera, si ritrova al tavolo del bar circondato da altri lonelyplanettari che hanno seguito le stesse indicazioni. Ed il bello è che rimane sorpreso! -.-’

Come in tutte le cose, anche nell’individuare la migliore guida i pareri sono discordanti. C’è chi afferma che le Rough Guides sono imbattibili, chi le considera un’imitazione delle Lonely Planet e preferisce queste ultime, chi loda la semplicità delle Routard, e chi non parte senza avere in macchina una guida del Touring Club. Facendo una media dei commenti dei viaggiatori più incalliti però, sembra che le migliori in assoluto siano le Footprint, dettagliate ed iper-aggiornate. Purtroppo non sono riuscito a trovarle in nessun negozio di Bologna e quindi ho il dubbio che non esista la versione in italiano. In libreria ho notato anche le guide del National Geographic, economiche e ricche di bellissime foto, e le Clup Guides, apparentemente ben fatte.

Anche in questo settore l’avvento di Internet ha cambiato le carte in tavola, penalizzando i produttori di guide turistiche. Se devo scegliere un hotel probabilmente darò maggior peso alle recensioni pubblicate dagli utenti/viaggiatori dell’impareggiabile TripAdvisor piuttosto che al commento stringato di una guida. Per non parlare poi delle tante guide gratuite disponibili su Internet, come Shmap o le Arrival Guides segnalate da Ryanair.

Gli editori sono corsi ai ripari escogitando nuove iniziative: Pick&Mix, che permette di acquistare via Internet singoli capitoli in formato PDF (utile per i viaggi con più destinazioni), social network, video sharing (esempio, lonelyplanet.tv) ed altro.

Resta il fatto che avere in tasca durante il viaggio la guida prediletta equivale ad avere sempre con se la garanzia di divertirsi e conoscere a fondo il luogo visitato. Ed io, a forza di leggere guide su New York, ormai la conosco meglio di Bologna.

Update: le guide Footprint sono finalmente disponibili anche in Italia (distribuzione White Star). Le ho viste proprio questa mattina e segnalo anche che fino ad agosto resteranno in offerta lancio ad un prezzo leggermente ribassato.

Dimmi che dominio hai e ti dirò chi sei

domain-name.jpg

Ce lo sentivamo tutti che dopo Flickr e del.icio.us la scelta dei nomi e dei domini da affibbiare ai servizi web non sarebbe stata più la stessa. E infatti così è stato. Ora però anche tra i blogger d’oltreoceano si diffonde la moda dell’indirizzo “fricchettone”.

La lista dei domini di primo livello (per intenderci, la sigla alfanumerica che segue il punto più a destra dell’url) è talmente ampia da permettere ogni sorta di combinazione. Il fondatore di WordPress, Automattic e WordPress.com, Matt Mullenweg, recentemente ha cambiato l’indirizzo del suo blog passando dal rassicurante, ma di scarso appeal photomatt.net all’eccentrico ma.tt. Cinque caratteri in totale, lo stesso numero che si potrebbe ottenere con un .com a singola lettera. Le due t corrispondono al dominio di primo livello di Trinidad e Tobago che costa 500 dollari l’anno per i primi 2 anni¹ ed ha una procedura di acquisto neanche tanto agevole (non accettano carte di credito, si deve quindi avviare un pagamento internazionale tra banche).

Come dominio, diciamolo, è strano forte. Però è anche estremamente semplice da ricordare e quasi impossibile da dimenticare. Se è vero che il primo dominio che viene in mente all’utente medio di Internet è il .com (vanne a trovare di .com liberi o a buon mercato), è anche vero che per ricordare e scrivere ma.tt sulla barra del browser non ci vuole una scienza. Anzi, con la penuria di .com e la fama da eterno secondo del .net che rende tragicomico ai limiti della perfezione³ il binomio

Toto Cutugno + .net = http://www.totocutugno.net

la cosa più semplice che si potrebbe escogitare è proprio ricorrere ad un gioco di parole. Considerando l’elenco dei domini di primo livello e le possibili combinazioni, c’è da sbizzarrirsi. Che ne so:

http:// ka.pa.ro per i tifosi del Milan

http:// bi.tt per gli ingegneri elettronici

http:// i.love.ie per i fan di Internet Explorer :P

Occhio ai prezzi però.


¹ Altro che Crocs, Caramelle Valda, Nabaztag, Asus EEE…²
² Ehm, il blogger tipo non è particolarmente resistente alle politiche di marketing. :P
³ Poi dice che non c’è un perché in tutte le cose… E’ pure il sito ufficiale! :D

SilverJewelryClub regala gioielli?

E’ un modo un po’ singolare per farsi notare. E la cosa a raccontarla non sembra neanche credibile. Eppure ho letto questa notizia su Business Week e quindi, almeno in teoria, dovrebbe essere vera.

Sto parlando di questa società californiana, la SilverJewelryClub, che da qualche tempo a questa parte sta regalando piccoli gioielli di bigiotteria. Sì, li regala, facendo pagare solo le spese di spedizione!

getitemimageaspx.jpeg

Da buon italiano mi chiedo ancora dove stia l’inghippo. Cercando su Google Blog Search e su Technorati ho trovato solo notizie e commenti positivi. Possibile? Oddio, è un ottimo modo di fare promozione, anche se il meno economico. Il punto è che la brand loyalty che vanno cercando con questa strategia è pura utopia, ma tant’è. Io vi segnalo la notizia, e non escludo che possa effettuare un acquisto. Non per me ovviamente. :P